13 gennaio 2017

The Birth of a Nation

Andiamo al Cinema

Esistono i film buonisti.
Esistono i film buonisiti necessari, come Lion.
Esistono poi film tutt'altro che buonisti, che non ti risparmiano un dolore, una tragedia, una scena cruda e che di certo non hanno un lieto fine.
Anche di questo tipo di film, però, esiste la necessità.
The Birth of a Nation ne è l'esempio.
Ma ci sono molti però da sollevare prima di poterlo definire necessario.
Sono però che non toccano le vicende extrafilmiche che si sono sollevate attorno al film durante la sua promozione, con il regista/protagonista/sceneggiatore e produttore e il suo co-produttore travolti nuovamente dall'accusa di stupro che li aveva visti entrambi davanti ad un giudice nel 1999.
Ci atteniamo al film, qui, a un film importante per il tema importante che tratta.
Quello dello schiavismo, che mai come in questi anni sta tornando "di moda", o forse solo necessario in America.
Ed è qui il primo grosso problema di The Birth of a Nation, il fatto che i paragoni con il Django Unchained ma soprattutto con il 12 anni schiavo di Steve McQueen si fanno inevitabili.
E al loro confronto, l'opera di Nate Parker perde sotto tutti i punti di vista.



Manca l'alone di cult di Tarantino, manca il personaggio davvero indimenticabile, davvero capace di stagliarsi davanti ai nostri occhi, manca la capacità scenica di McQueen, mancano quelle scene di struggente bellezza che qui si continua a ricercare, si vede, in un continuo spostare il limite più in là, mostrandoci ancora e ancora sangue, violenza, soprusi.
Nate Parker, al suo esordio, non ha l'impostazione né di Tarantino né di McQueen, non ha la solidità, non ha la struttura, non ha nemmeno le capacità registiche dei due, e lo dimostra con scene non del tutto riuscite, con zoom piuttosto fastidiosi e quasi televisivi.
La stessa colonna sonora, carica il tutto con l'eccesso, lì dove non compaiono i più giusti canti degli schiavi.
La stessa sceneggiatura, poi, sbava e scivola più volte, con la celebrazione dello schiavo predicatore Nat Turner, figlio di Dio, come si diceva, capace di leggere e di impartire le lezioni della Bibbia, portato per le varie colonie a tranquillizzare gli altri schiavi come lui, trattati peggio di lui. Fino al limite, fino a quella goccia che fa traboccare il vaso e ha portato a una rivolta da lui guidata durata 48 ore, repressa nel sangue, repressa in una violenza inaudita che si è scagliata contro anche chi a quella rivolta non ha partecipato.


In questo senso, allora, la figura di Nat Turner appare ambigua ai nostri occhi, non americani, non legati allo schiavismo o al razzismo. Basta il seme della speranza, basta la volontà di dire "basta", di alzare la testa, a giustificare un'azione che non solo non ha portato a una vittoria ma è da considerare una sconfitta ancora più grave, a renderlo per noi un mito?
Il paragone con un altro mito da poco affrontato al cinema, con il Newton Knight di Free State of Jones, sorge nuovamente spontaneo: lì, in lotta contro lo schiavismo, si univano anche i disertatori che non volevano più combattere una guerra non loro. Lì, un piano, un'azione, c'era, e lì, il carisma, era maggiore.
Nat Turner lo si costruisce poco, male, succube, buono, passa all'azione solo quando ciò che è suo, ciò che è il suo privato, viene toccato.
Nate Parker non ci risparmia nulla, non ci risparmia le botte, le frustate, le vendite e le svendite, il duro lavoro dei campi, l'annichilimento, nemmeno uno stupro.
Inutile aspettarsi allora il lieto fine, in un film che si guarda con il gli occhi chiusi, con il cuore rotto dal pensare che da tutto questo sono passati poco più di un centinaio di anni.
E che non tutto è ancora guarito, cambiato.
Allora, nonostante tutti i difetti di regia, tutti i difetti di sceneggiatura, di interpretazione pure, con Nate Parker che -la colpa sarà mia- ma sembra caricare il suo personaggio alla ricerca dell'approvazione e di una qualche statuetta, allora, si diceva, The Birth of a Nation diventa un film necessario, per non dimenticare, per non edulcorare una storia che di lieto non ha avuto e non ha proprio nulla.


Regia Nate Parker
Sceneggiatura Nate Parker
Musiche Henry Jackman
Cast Nate Parker, Armie Hammer, Aja Naomi King
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6 commenti:

  1. Post ricco di spunti, che mi fa salire la curiosità per un film che penso affronterò in questi giorni.
    Brava.

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    1. Grazie, ma in tutta sincerità non so se lo odierai o lo amerai, difficile avere mezze misure.

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  2. L'avevo segnato come 'imperdibile' dopo gli ottimi risultati ottenuti al Sundance. Con il tempo - e con recensioni tiepide/negative lette sul web - il mio interesse si è un po' ridimensionato. Dopo le tue parole, tuttavia, una visione potrei darla!

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    1. La visione la merita, nonostante tutto. Certo, non capisco la doppia vittoria perchè di difetti ce ne sono tanti. Resta una pagine di storia importante da conoscere e vedere.

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  3. Un film che perde il confronto con Django Unchained e 12 anni schiavo, però ha il suo perché e sì, è pure a suo modo necessario.
    Anche per me ha i suoi difetti, ma tutto sommato, anche grazie al suo potente finale, mi è piaciuto abbastanza.

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    1. A livello di piacere, non mi è piaciuto poi molto, troppe parti sembrano piuttosto gratuite. Ma se penso che poco si discostano dalla verità, allora sì, diventa necessario, per quanto difettoso.

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