30 agosto 2017

Venezia 74 - Downsizing

Di nuovo a Venezia, per il quinto anno consecutivo, di nuovo a sconvolgere questo spazio tra orari e pubblicazioni multiple per coprire il più possibile i film in programma.
Si parte, come sempre, con il film d'apertura, che da qualche anno a questa parte -Birdman, Gravity, La La Land- ha significato grandi emozioni e pure parecchie statuette.
Andrà così anche per l'ultimo film di Alexander Payne?
Difficile dirlo.
Downsizing è infatti un po' commedia, un po' dramma su cui riflettere, un po' fa ridere -diciamo pure un bel po'- ma mostra anche un futuro che è in realtà prossimo e il nostro presente, in cui sotto un'altra chiave si cerca di capire quanto ci sta accadendo.



L'idea è geniale: per risolvere i problemi ambientali, per inquinare meno, ma pure per essere più ricchi, viene data la possibilità a umani e animali di essere rimpiccioliti, trasferiti poi in città ad hoc, dove con i risparmi della passata vita da Big, si può vivere come pascià. La tentazione è alta, soprattutto per un mezzo fallito come Paul e la moglie, che ancora abitano nella stessa casa in cui lui è cresciuto, che altro non si possono permettere.
Succede però che lei, all'ultimo, cambi idea, succede che lui, ormai rimpicciolito e con i costi del divorzio a bucargli le tasche, non possa più permettersi la vita da nababbo che credeva, succede poi -più in grande- che il processo di rimpicciolimento venga usato nel mondo nei peggiori dei modi, e non sembri servire comunque a salvarlo, quel mondo.
Raccontato l'ormai passato di Paul, scoperto ogni dettagli del processo di rimpicciolimento, parte così una nuova vita per Paul, con la complicità di un vicino losco ma buono, e l'arrivo di una donna delle pulizie, in realtà rifugiata vietnamita, dal grande cuore.
Poco sembra cambiato, così, in questo nuovo mondo, con la divisione netta tra ricchi e poveri, con le solite dinamiche e modalità di relazione che entrano in gioco.
Ed è qui che si perde un po' di smalto, che Payne procede con qualche cliché di troppo, con qualche buonismo eccessivo.
Il messaggio è comunque di quelli forti e di quelli giusti da declamare, e serve a far aprire un altro po' gli occhi su di noi e su quello che ci sta attorno.
Matt Damon, appesantito e goffo, è il perfetto uomo medio, e riesce a convincere anche un Christoph Waltz che sì, gigioneggia come Christoph Waltz ma in modo meno fastidioso del solito.
Da sottolineare la colonna sonora che crea leggerezza e simpatia composta da Rolfe Kent, e da soffermarsi infine sulla regia sicura, a tratti geometrica, capace di ben gestire gli effetti speciali, di Payne stesso, che dà comunque il meglio di sé in fase di sceneggiatura, con frasi e dialoghi già cult (vedi gli 8 modi per scopare degli americani).
I dubbi, allora, dopo tutti questi pregi, sono sul difettoso finale e su una terza parte sicuramente appesantita dai 135 minuti di durata.
Un po' eccessivo per un film che venera e glorifica l'essere piccoli.

4 commenti:

  1. Quest'anno, per quest'apertura, almeno, ti invidio un po' meno del solito (ti maledicevo per La La Land).
    Di Payne mi ha convinto al cento per cento soltanto Nebraska, complice il b/n e i vecchietti. Qui, tra gli antipaticissimi Waltz e Damon e un tema che ispira sì e no, vedrò quando sarà senza ansie.

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    1. Non é il miglior Payne, non é quello delle piccole storie nonostante i piccoli protagonisti. Sfoltito un po' e pensato meglio nella sua evoluzione, poteva essere davvero un colpaccio.. E invece... Senza ansie, si.

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  2. Fare meglio di La La Land e Birdman la vedo un po' difficile se non impossibile...
    Fare meglio di Gravity invece, almeno a livello qualitativo, mi sembra impresa ampiamente alla portata di Alexander Payne. :)
    Anche se il buonismo della parte finale di cui parli un pochetto mi preoccupa.

    Comunque, buon Festival!

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    1. Grazie :) il buonismo é proprio quello che irriterà ancor più il tuo cuore di pietra, già lo so. Il resto, potresti anche apprezzarlo.

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