13 ottobre 2017

A Ghost Story

E' già Ieri -2017-

Un lenzuolo bianco, due buchi all'altezza degli occhi: un fantasma, che si aggira per una casa che sta per essere svuotata, che perseguita chi entrerà poi in quella casa, che dimentica se stesso, e che da quella casa non vuole andarsene.
Quel fantasma, quel lenzuolo che lentamente si muove, non fa paura.
Fa invece commuovere, emozionare, piangere addirittura.
Perché A ghost story non è un film horror, nonostante quel titolo, nonostante quel lenzuolo.
È -proprio come dice quel titolo- la storia di un fantasma.



Un fantasma che prima di essere tale era C, che in quella casa viveva con M, giovani, innamorati, con qualche problema, però, che speravano di risolvere andandosene da quella casa, ricominciando.
Se ne andrà solo lei.
Lui, C, la lascerà sola, e steso in un lettino dell'obitorio, si alzerà, avvolto dal suo sudario, continuando ad osservarla, a starle accanto, finché lei non chiuderà per sempre la porta della loro casa.
E passano gli anni, passano altri inquilini, passa pure una ruspa, ricostruendo tutto, rovinando tutto, in un complesso enorme e senza poesia da cui è meglio scappare.
Aspetta C, un segno, un ricordo. Il suo segno, il suo ricordo.


Parte lento A ghost Story, chiusi e stretti in quel formato 4:3, allunga ogni scena fino all'impossibile, tra silenzi difficili da digerire, torte divorate per rabbia e dolore, ma incastonate in una luce, in una composizione, di rara bellezza.
Poi, però, tutto prende piede, il tempo cambia e lo si fa scorrere, passa in un'istante, come se fossimo quel fantasma, sotto quel lenzuolo, fuori quindi dal tempo, ad osservare i grandi cambiamenti, ascoltando arringhe pessimistiche ma reali su un futuro che ci aspetta, aspettando e aspettando ancora, mentre la memoria -degli altri, di sé- svanisce.
Il punto di vista è ribaltato: proprio come in The Others, ma non ci sono grida, non c'è paura, c'è solo una riflessione bellissima, poetica, profonda, sulla morte, su quello che ci lascia, su quello che conta.
Conta poco, infatti, che Rooney Mara, sofferente e fragile, sparisca dalla scena, conta poco che Casey Affleck si annienti sotto quel lenzuolo (e non sempre è lui, poi, lì sotto), conta invece quello che A ghost story, lascia a noi vivi, lascia a noi che ci emozioniamo per quella canzone tanto semplice, naive, che non esce più dalla testa, per quelle mura che finiscono abbattute, per quel pianoforte che nessuno più suona.
Conta quello che lasciamo, un ricordo, una frase che si può solo intuire, incastrata lì, fra le crepe di un muro, della memoria.
E capisci che l'emozione, davanti allo schermo, ha mille facce: può passare dai 180 milioni di budget, fatti di effetti speciali e peripezie tecniche, come in Blade Runner 2049, oppure in quella in cui ci si affida a una casa che sta effettivamente per essere demolita, e viene usata gratuitamente come set per una storia che non ha bisogno di chissà quali effetti, si accontenta di un lenzuolo, di scene piene di magia che racchiudono il tempo, di uno stile vintage che camuffa l'economia del tutto.
Perché entrambe queste Storie, perchè il Cinema, racconta noi, e ci ricorda come essere più umani, anche quando non ci siamo più, o non c'è più chi si ama.



Regia David Lowery
Sceneggiatura David Lowery
Musiche Daniel Hart
Cast Casey Affleck, Rooney Mara, Will Oldman
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7 commenti:

  1. Bello è bello. Toccante pure. E va bene la lentezza, ma a tratti è persino esagerata...
    Un film originale, qua e là geniale e molto emozionante, però in alcuni momenti sotto quel lenzuolo il rischio è quello di addormentarsi. :)

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    1. All'inizio, sì. Soprattutto con quella torta che non capivo se fosse un modo estremo per far mettere qualche chilo in più alla Mara. Invece poi il ritmo avanza, e coinvolge, e io mi sono ritrovata emozionata come non mai.

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  2. Un gran bel film, a suo modo poetico, certo c'è qualche lentezza di troppo però ha il suo fascino.

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    1. Fascino da vendere, esatto. Quel lenzuolo non fa più paura.

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  3. Come ti ho già scritto in chat, molto molto molto bello, l'ho atteso molto.
    Il difetto, come dice Marco: a volte, nella sua lentezza, coi suoi silenzi, è troppo indie, troppo di nicchia, per essere vero.
    Non saprei bene a chi consigliarlo, esclusi noi, ma lì per lì che magone...

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    1. Il giovine infatti l'ha patito più di me, e l'emozione finale era solo mia. Ci vuole la giusta predisposizione, quella per il magone ;)

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