16 luglio 2018

Il Lunedì Leggo - Stoner di John Williams

William Stoner è stato un insegnante che per 40 anni ha lavorato nella stessa università, nello stesso ruolo.
Ha avuto due soli amici, uno dei quali morto giovane.
È stato sposato per tutta la vita con la stessa donna in un matrimonio infelice, che ha generato una figlia, con cui per anni ha scambiato poche parole e che presto ha abbandonato la casa.
William Stoner se n'è andato senza lasciare troppe tracce nella vita dei suoi studenti, nella vita universitaria in genere.
E viene da chiedersi: può uno come William Stoner essere il protagonista perfetto di un romanzo?
Un uomo la cui vita è un fallimento per sua stessa ammissione, una vita in cui il tempo vola lieve e inesorabile, in cui poco accadde e molto viene lasciato accadere?



La risposta è sì, ma solo se a scrivere questa vita monotona e lineare è uno come John Williams, capace di essere un cronista secco e attendibile, di scavare nella coscienza di un uomo che così non vorrebbe essere, che ci prova ad essere risoluto e passionale, ma la sua indole di timido, inadeguato, buono, finisce per renderlo quasi uno stupido agli occhi degli altri.
Invece, pagina dopo pagina, pure una vita che non sembra avere entusiasmi o slanci, ci viene raccontata con estrema dolcezza e indulgenza, senza per questo fare sconti.
A partire dall'infanzia faticosa nei campi al fianco di genitori che sono degli estranei, per approdare in quell'università a Columbia da dove Stoner mai si allontanerà, passando per il matrimonio che già nella luna di miele fa intuire il suo essere un fallimento e la vita universitaria presto turbata e per sempre rovinata da un insegnate rivale, geloso, forse, o semplicemente alla ricerca del giusto capro espiatorio, Stoner attecchisce sottopelle, fa quasi arrabbiare a volte per la sua poca risolutezza, per le occasioni perse, per lo spreco che quel suo non viaggiare, non ribellarsi, non urlare contro un rivale ingiusto e una moglie despota e malata -e che meriterebbe pure lei un romanzo, forse proprio per quelle sue pazzie, per quelle sue battaglie, protagonista più adeguata di Stoner stesso.


Ma Stoner sa soprattutto prendere al cuore, sa far versare lacrime piene di amarezza e di dolore, per quell'amore improvviso e passionale, per quella settimana fra la neve che almeno c'è stata e per quell'addio veloce, essenziale, a rendere tutto drammaticamente più perfetto.
O per quella figlia, amorevolmente cresciuta e poi presa sotto un'altra ala, più nera e despota, contesa ma in realtà abbandonata al suo destino, divisa fra due genitori che non si amano e che la sfruttano e che cresciuta non potrà che trovare consolazione in una bottiglia.
O per quei genitori che allo stesso modo si ha abbandonato, nel loro mondo sporco e arcaico, sempre più distante e lontano.
O, infine, per quella morte, descritta così bene, in un modo che sembra impossibile: lucido nella sua non lucidità. Una morte che arriva tardi, con calma, e che lascia Stoner -noi- a riflettere sulla sua vita, sul suo senso, sul segno che può lasciare o su quello che poteva essere.
Fra le lacrime, allora, si capisce che sì, pure Stoner meritava di vivere, meritava soprattutto di essere protagonista di un romanzo così bello da diventare un caso letterario così simile al suo destino. Uscito in sordina nel 1965 con pochissime copie vendute, è stato ristampato prima nel 2003 e poi nel 2006 diventando un vero e proprio caso per le vendita inaspettate. Arrivato in Italia nel 2012, ripete il successo, meritatissimo.
Forse perché di persone, di uomini, nonni -soprattutto- come Stoner, ce ne sono, li conosciamo, anche se all'università non ci sono stati, se una figlia non l'hanno avuta. Ma pure la loro storia merita di essere raccontata e vissuta, nascondendo tra le pagine di un libro due sole iniziali a giustificare tutto.

2 commenti:

  1. Quanti pianti che mi sono fatto leggendolo, a novembre. Non perché sia poi 'sta gran tragedia, ma perché era molto me. E chi non ci si rivedere, alla fine?

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    1. Il fatto che non sia una tragedia fa ancora più male, quel passare indolente degli anni mi ha stretto il cuore più di mazzate a scena aperta. Ho pianto pure per la postfazione, per dire.

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