2 dicembre 2020

Diego Maradona

Andiamo al Cinema su Netflix

Arrivo tardi, lo so.
Arrivo dopo titoli di giornale, articoli esaustivi, coccodrilli televisivi e trasmissioni su trasmissioni a lui dedicate. 
Arrivo dopo che chiunque ne ha già parlato, ha condiviso la sua foto assieme, ha condiviso un ricordo a lui legato, la sua ammirazione e il suo rimpianto.
E io, cosa posso aggiungere?
Io che Maradona non l'ho mai visto giocare?
Io che ho conosciuto il mito in caduta libera, non certo la leggenda?
Io che lo ricordo più seduto sul divano con la Carrà che in campo, come posso capire la Napoli piangente, il mondo dello sport tutto che gli rende omaggio?
Lo posso fare come solo so fare: cercando di conoscerlo meglio, di capirlo, attraverso un documentario.
Non uno caso, non uno dei tanti.
Ma quello di Asif Kapadia, passato per Cannes lo scorso anno.
Un regista che ha già raccontato le gioie e i dolori, la vita troppo breve di Amy Winehouse, e non sorprende che sia da lì arrivato a Maradona: due vite simili, fatte di talento e di fragilità, di eccessi e di una fama troppo ingombrante, troppo difficile da mantenere, con la stampa ad essere in parte responsabile per le scelte fatte in quelle vite.


Il documentario di  Asif Kapadia mette da subito in chiaro una cosa: non esiste Diego Maradona.
Esiste Maradona, l'uomo leggenda, quello entusiasta, strafottente, eccessivo.
Ed esiste Diego, quello che dall'età di 15 anni ha l'intera famiglia sulle spalle, quello che al quartiere di Villa Fiorito non vuole tornarci, quello che regola il genio.
L'uno e l'altro riescono a convivere, finché non si arriva a Napoli, a quella gabbia dorata, a quella città che lo idolatra come un Dio, che lo venera ma che è pure pronta a voltargli le spalle e lasciarlo solo, nel silenzio, in fuga.
Ascesa e caduta di un mito è il periodo temporale circoscritto del documentario, e rivive attraverso tappe fondamentali: campionati persi per un soffio, altri che provocano una festa lunga mesi, Mondiali conquistati grazie a gol in cui lo zampino (o la mano) di Dio c'è, altri che finiscono per andar contro proprio alla propria Napoli, e poi le inchieste giudiziarie e gli incontri con la camorra.


Tutto questo è ricostruito attraverso materiale di archivio, tra stralci di partite e spezzoni di programmi televisivi, con i commenti di Diego, dell'ex moglie Claudia, dei compagni di gioco tra cui Ciro Ferrara e giornalisti esperti.
E ne esce quello che è la definizione di documentario per me, e che fantasticando penso sempre come il mio lavoro ideale: il cercare il bandolo della matassa, la storia vera da raccontare, l'ordine e la giusta dipanatura in mezzo a ore e ore di girati (500 per la precisione). 
Un lavoro paziente e certosino, a scavare, a mettere da parte, ad elevare.
Che sia uno striscione meraviglioso (Non sanno che se so persi, appeso fuori da un cimitero) o che siano intercettazioni con il Vesuvio sullo sfondo, che siano i filmati di famiglia inediti concessi dalla famiglia rimasti nascosti per anni, il lavoro di Asif Kapadia è certosino e quasi prematuro, uscito com'è a un anno dalla morte di Maradona.
Questo lo rende il coccodrillo perfetto, che pure Diego si è potuto godere, come fosse davvero un Dio immortale.
I giudizi sulla sua persona, i suoi eccessi, le sue scelte, sono qui sospesi.
Si parla di un documentario che sa come emozionare, sa come raccontare il mito e l'uomo, facendosi lezione di giornalismo, di storia umana.



Voto: ☕☕½/5

2 commenti:

  1. Spesso siamo colpiti dal contrasto abissale fra la bellezza dell’opera d’arte e la vita disordinata, a volte meschina del suo artefice. Wagner, con le sue opere ci comunica sentimenti sublimi, mentre nella sua vita privata era disordinato e avido. Villon e Marlowe erano degli asociali, Michelangelo era cupo, avaro, collerico, quasi intrattabile. Perché dobbiamo allora valutare moralmente la persona che sta dietro il ruolo che svolge, al di fuori delle oggettivazioni in cui si è realizzata? Non ci basta il risultato del suo impegno, non ci basta la perfezione del suo lavoro?
    (Francesco Alberoni).


    Le persone hanno bisogno di felicità. Nella società liquida e senza valori Maradona faceva gioire milioni di persone che con la vittoria della squadra del cuore impazzivano di gioia. I tifosi tutti hanno riconosciuto la sua bravura e hanno tributato un affettuoso saluto a una persona che riusciva a esaltare i loro cuori.
    Questa è la realtà. L'unica riflessione da fare è domandarsi perché la gente ama un gioco. Il gioco del calcio.

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  2. Adesso sei pronta per vedere anche Mi chiamo Francesco Totti, che a livello umano ed emotivo è pure più forte di questo. ;)

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