Febbraio non è mai il mese migliore per visitare Berlino, freddo, ghiaccio, neve e poca luce.
Chissà perché, quindi, la Berlinale si ostinano a organizzarla in questo mese. Sarà, ma per la quarta volta ho approfittato di una sorella che a Berlino ci abita e un paio di film sono riuscita a vederli.
Potevano essere tre, ma per Rosebush Pruning non sono riuscita ad accaparrarmi il biglietto, colpa di Pamela Anderson, di Callum Turner probabile nuovo James Bond o della presenza di Dua Lipa a accompagnarlo che il freddo lo ha sfidato meglio di me?
In una città che sembra sentire sempre meno di Venezia l'aria del festival, con schermi e sedi sparsi, mi sono fatta bastare due film, molto diversi tra loro.
Nightborn
Nuova Berlinale, ancora horror.
Un po' per accontentare il giovine, un po' per vedere la sede principale con tanto di Red Carpet (l'enorme Berlinale Palast), un po' per rimanere svegli che la proiezione era alle 22.
Ritrovo così Hannah Bergholm, la regista del body horror pastello Hatching e la ritrovo nella sua Finlandia, tra leggende locali e foreste parlanti.
È proprio nella foresta che Saga e Jon si trasferiscono, nella casa della nonna di lei dove ha passato tante estati a nascondersi fra alberi dalle forme stravaganti e a giocare in una stanza che sembra essere abbracciata dalla foresta.
Di lavori di ristrutturazione da fare ce ne sono, compreso mettere su famiglia con il sogno di almeno tre figli e non perdono tempo, Saga e Jon, e il primo lo concepiscono proprio lì, in mezzo a una foresta più sinistra che idilliaca.
Ma la maternità diventerà da subito un incubo per Saga, con un figlio nato con qualche pelo di troppo, con il sangue che abbonda, le ore di sonno che mancano, e un'empatia che non riesce a sviluppare verso un figlio che sembra crescere in fretta e volerla punire in continuazione. Mordendola, privandola di quel sonno, facendola pensare ai più sinistri presagi raccontati dalla nonna.
Jon, la famiglia di Saga e anche il sistema sanitario fanno quel che possono per aiutarla a passare un momento buio che si aspettava essere lieto, ma ogni tentativo finisce per farla sentire giudicata, fino a che il confronto non la vera natura di Kuura (e in fondo anche quella di Saga) prendono il sopravvento.
Se c'è un tema che l'elevated horror porta avanti con onore è proprio quello di una maternità tutt'altro che felice. Merito di registe donne che in questo genere trovano sempre più posto, merito di un periodo di vita che si presta, fra sangue e dolori, a essere horror.
Come si collochi rispetto a cult comprovati questo ennesimo titolo, non so dirlo, ma sa come intrattenere, sa che carte giocarsi per stupire e inorridire, in senso buono.
La spirale di follia e l'involuzione che prende Saga è infatti data dai dettagli, da carne flaccida, da pelurie eccessive, da unghie poco curate e un linguaggio che diventa animalesco. Da sentori e da presagi, più che dalla realtà di per sé.
Seidi Haarla è quindi perfetta a gestire con il suo corpo (e con protesi ad hoc) il ruolo, mentre Rupert Grint con quel fare da Ron cresciuto, si offre come sostegno poco capace e come spalla a cui porgere i momenti migliori. Perché fra l'orrore e i brividi verso certe scene e certi morsi e certo sangue, c'è anche della comicità che alleggerisce i toni e che fa scattare la sala intera in risate e applausi.
Purtroppo, non sempre gli effetti speciali sono all'altezza, forse volutamente fatti in economia con la predilezione dell'occhio della regista verso gli interni, retrò e pastello, proprio come per la famiglia di Tinja.
Cambia l'età, cambia il mostro, ma i film di Bergholm restano un ottimo anticoncezionale.
El Jardin Que Soñamos
Tutt'altro film, quello di Joaquín del Paso, ma anche qui non manca l'orrore.
Quello della realtà, di chi cerca di costruirsi un futuro migliore scontrandosi con la cattiveria della gente che poco ha a cuore sia la vita dei migranti, sia la natura che li circonda.
Non certo il film che la sinossi prometteva, non certo quello che ci aspettavamo spinti dall'idea di un Messico verde e paradisiaco, visto che ora è parte della famiglia.
Siamo in Messico, comunque, e Esther con le sue figlie e Junior che a loro si è unito diventando una figura paterna a cui appigliarsi, sono fuggiti da Haiti cercando un posto migliore.
Per il momento lo trovano nel mezzo di un bosco, dove controllare il trasporto e tagliare alberi secolari, dove guardarsi le spalle da chi quel lavoro e quella baracca di legno provvisoria glieli hanno trovati, ma anche da chi l'illegalità del tagliare alberi protetti, la ostacola a suon di proiettili.
Di chi fidarsi e come andare avanti, verso nord, verso gli Stati Uniti?
È lo stesso percorso che compiono le farfalle monarca che in milioni di esemplari nascono e si accoppiano e volano attorno alle piccole Flor e Aisha, e in cui si trovano impigliati Esther e Junior. Che hanno dolori e perdite alle spalle, in quella Haiti colpita dal terremoto e dalla violenza che ha lasciato cicatrici visibili e non, e che cercando di fidarsi e capirsi, con l'istinto materno che prevale e il senso di dovere e rendere spesso ciechi. Di paura, di rabbia.
Il film alterna momenti poetici di grande bellezza in quel verde così ricco di particolari, a momenti più duri e di tensione dove una motosega, un camion, un proiettile, una semplice pioggia scrosciante, possono irrompere e rendere tutto più pericoloso.
Così, le scelte non sempre felici dei protagonisti rendono la loro fuga e il loro apparente paradiso, sempre più fragile, ma nel raccontare un'immigrazione diversa, nel portarci dentro le storie di personaggi e di un paese, anzi, due, del Paso racconta una pagina poco conosciuta, vuoi del Messico, vuoi di Haiti.


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