11 dicembre 2015

Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick

Andiamo al Cinema

Ci sono i film d’autore e ci sono i film commerciali, e poi, c’è una categoria che sta nel mezzo, o che non si sa come collocare, ci sono quei film fatti da autori riconosciuti, che sono però senza troppo discutere, commerciali.
Ron Howard negli anni si è saputo imporre in questa categoria, ha saputo vincere anche un Oscar con A Beautiful Mind, ha saputo spaziare tra drammi storici, biografie e vere e proprie saghe commerciali come gli adattamenti di Dan Brown, ma definirlo per questo un semplice regista di film commerciali non sembra giusto.
Pur spaziando, pur accontentando i produttori di Hollywood, pur rimanendo un buon artigiano su cui puntare per film classici e ben fatti, riesce ancora difficile capire la sua poetica però.
Tra un Codice Da Vinci e un Inferno, ci sono le sue storie di uomini che sfidano il mondo e sfidano loro stessi, la loro mente, avversari fuori o dentro il ring, che può essere anche una pista di formula uno (Rush), l’ultimo, in ordine di tempo, che Howard c’ha voluto raccontare, è Owen Chase.


Heart of the Sea non è infatti il semplice (per quanto semplice avrebbe potuto essere) adattamento di Moby Dick, ma è la narrazione della vicenda, vera, che lo ispirò. Anzi, che ossessionò Herman Melville.
Come la balena bianca del titolo, il racconto del naufragio della Essex nel 1821, su cui negli anni si erano alternate numerose leggende e dicerie, lo perseguita, fino a pagare con tutti i suoi averi la verità, che solo l’unico dell’equipaggio ancora in vita dopo tutti questi anni, e che allora era un ragazzino al suo primo viaggio in mare, gli può raccontare.
Convincere il burbero e alcolizzato Thomas Nickerson a condividere con lui le tragiche pagine di una vita mai raccontate, non sarà facile, ma nella lunga notte che li vede insieme, che li vede confessarsi e ascoltarsi, si fa spazio anche la fiducia.
E così, andiamo indietro a quell’infausta partenza dal porto di Nantucket, conosciamo Owen Chase, la sua spavalderia che lo ha fatto diventare in poco tempo da semplice orfano campagnolo a prossimo capitano di una baleniera, prima però deve cedere il suo posto al capitano Pollard, alla sua prima esperienza ma con il nome giusto, della famiglia giusta, per essere al comando della Essex.
I rapporti tesi tra i due caratterizzeranno i primi mesi di navigazione, con schermaglie e decisioni che metteranno a repentaglio l’intero equipaggio che si ritroverà a corto di grasso, di olio e di spermaceti di balena, ben lontano quindi da quanto sperato di ottenere dalla caccia, dal poter tornare a casa.
Non resta che continuare a navigare, con la promessa di una Eldorado delle balene, di un cuore del mare, che si presenta a loro come una leggenda: a renderla ancora più invitante per due uomini che vogliono realizzarsi, vogliono primeggiare, la presenza di un'enorme balena bianca a proteggere e maledire quel confine marino.
Sarà il disastro, sarà il naufragio, sarà l’uomo contro la natura, l’uomo che non è più uomo, costretto all’impossibile, all’indicibile, per sopravvivere.


Fedele alla sua categoria, Howard racconta tutto questo come un bravo artigiano, accontentando la parte hollywoodiana e commerciale che richiede avventura, lo scontro a due, che richiede un protagonista bello, aitante e coraggioso che ha il volto perfetto di Chris Hemsworth, che si dimostra però ancora una volta molto più del suo Thor, molto più di un attore da catalogare per il suo aspetto, ma accontentando anche una sua poetica, una sua autorialità, rivestendo l’intero film di una fotografia da kolossal d’altri tempi, che incornicia Chase/Hemsworth come un Kirk Douglas, bello e avventuriero.
Si lascia da parte, per la coda finale, l’ossessione di Achab, si lasciano da parte effetti speciali catastrofici per effetti più realistici, meglio gestibili e apprezzabili, non si lasciano da parte i buoni sentimenti, quelli no, con un po’ di ruffianeria nell’amicizia tra Chase e il bellissimo Cillian Murphy, nella tragedia nella tragedia e nel finale romantico.
Ma con quel racconto nel racconto, con Melville scrittore che si fa prima di tutto Melville lettore, pubblico, in una narrazione doppia, ne esce un film convincente, non esaltante, non perfetto, ma di quelli che si vedono, si apprezzano, magari un po’ si dimenticano, ma hanno al loro interno la maestria di un artigiano, che se non ci mette il cuore, ci mette tutta la sua testa.


8 commenti:

  1. Ok, convinto. Gli darò una possibilità. Dopo il commercialissimo Star Wars però. :)
    Rush comunque lo apprezzato tantissimo. Rendere una roba pallosa come la f1 avvincente vuol dire essere davvero bravi.

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    1. Io lo apprezzai molto meno, troppi cliché, tanto buonismo.. Qui invece le cose si fanno più serie e solide, un bel vedere, soprattutto su grande schermo:)

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  2. Il genere è decisamente fordiano, spero proprio che non mi deluda troppo. :)

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    1. É fordiano al punto giusto, te lo assicuro!

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  3. sicuramente questo weekend lo vedrò, è un film che mi ispira proprio moltissimo

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    1. A me ispirava un po' meno, ma ho saputo ricredermi!

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  4. Visto stasera al cinema. Proprio un film da sala buia e da grande schermo. Un bel film solido, è molto evocativo, anche tremendo in certi risvolti. Meraviglioso quando ci sono le balene.

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    1. Gli effetti speciali sono davvero ben utilizzati, e sì, la sala buia e il grande schermo sono il suo ambiente naturale.

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