8 agosto 2018

Hereditary - Le Radici del Male

Horror Week

Gli elogi verso Hereditary si sono sprecati.
Da "L'Esorcista di questa generazione" a "l'horror più spaventoso di sempre", peccato che certi elogi si applichino almeno a un paio -se non di più- degli horror che escono in sala, rivelandosi perlopiù specchietti per allodole che poco contengono di vero.
Con un certo scetticismo, ma pure con una certa curiosità, sono comunque tornata in sala per il secondo horror della mia vita.
Il tutto in meno di un anno, capite perché ieri sera dicevo che qualcosa grazie alle Notti Horror era cambiato?
Tralasciando una visione rovinata in pieno dai soliti ragazzetti incivili che ridono e commentano ogni cosa, disturbando e minando alla base l'esperienza di un horror su grande schermo, quello che ho trovato è stato più un dramma da brividi.



Nella sua prima parte, infatti, Hereditary affronta il lutto più inaccettabile e quello più difficile da digerire -per età, per cause- facendoci sentire tutto il dolore e tutte le crepe che si vanno a formare in una famiglia che non riuscirà più a ricomporsi.
Un dolore lacerante per una madre che non è più figlia, che ha un passato altrettanto segnato da lutti e perdite.
Mentre la si osserva tacere, urlare, gridare, tenere a distanza il marito, incolpare il figlio, cercare di farsi forza andando ad incontri anonimi, buttandosi nel lavoro, e infine trovando conforto in un'altra madre e nonna sola, Toni Collette brilla.
Poi, proprio a causa di quella nuova amica, il film sterza, cambia, diventa altro, diventa un vero e proprio horror che gioca con la psiche più fragile, con il soprannaturale, con la pazzia, con le invocazioni e le visioni, con un re che non si conosce e una tradizione familiare e millenaria di cui non si vorrebbe sapere di più.


E proprio qui, in un terreno che regala brividi, scene assurde, sangue e fuoco, io mi perdo.
Non che non mi abbia fatto paura, non che la bravura di Toni Collette scemi né quella dell'apparente stonato Alex Wolff, ma ho faticato a vedere dell'originalità, della potenza in scene già incontrare, già affrontate pure da me.
Fortunatamente, nemmeno qui la mano di Ari Aster si perde, la sua regia che regala brividi di bellezza è decisamente la marcia in più di un horror che quando diventa tale poco di nuovo dice, ma lo dice con una tecnica, con un gioco di piani sequenza, lunghi carrelli, di scatole e di case, e di prospettive, unico, andando a ricordarmi il serial killer più inquietante di CSI (un CSI ai suoi inizi, quando ancora sembrava una rivoluzione per il piccolo schermo), con quelle miniature, quelle riproduzioni in scala della vita reale, che confondendo e impreziosendo lo sguardo e le scene sono il marchio di fabbrica di un regista che avrà sicuramente altro da dire (e che con inquietanti e fantastici corti, già ha detto, li si trova tutti QUI).
Per ora, dal basso della mia conoscenza del genere, posso dire che lo preferisco quando sta nel terreno del dramma, quando dà voce e visioni a dolori e perdite, e non in preda a deliri, a scene splatter e voli notturni che qualche risatina, in fondo in fondo, l'han strappata pure a me.






Grado di paura espresso in Leone Cane Fifone:
3 Leoni su 5

10 commenti:

  1. Rispetto ad altre opinioni entusiastiche, l'hai ridimensionato decisamente. E credo che io potrei fare lo stesso...
    Anche se le risatine c'erano pure state per Madre!, capolavoro incompreso di Aronofsky, quindi chissà che questo non mi possa piacere quanto quello.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Le risatine sono state forse un modo per abbassare l'ansia, ma certe scene splatter dopo un inizio così solido e drammatico han rovinato il clima generale.
      Effettivamente dei punti di contatto con Madre! ci sono, ma Toni Collette se la magna Jennifer ;)

      Elimina
  2. Secondo me, il Cannibale apprezzerà di sicuro.
    Nessuna risatina nel mio caso (ma, nel mio cinema, purtroppo sì), anche se spiace per i legami fragilissimi tra la bellezza della prima parte e la confusione della seconda (difettosa, ma che comunque inquieta: vedasi l'uomo nudo e sorridente, sull'uscio, al buio).

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Oh sì, quell'uomo nudo, ma pure gli altri e le corse a perdifiato su per le scale, sono stati attimi di puro terrore per me, che certe visioni/fughe fatico a sopportarle a cuor leggero. Meglio allora la perfezione estetica della prima parte.

      Elimina
  3. In genere gli horror finiscono sempre per deludermi, tra le recenti eccezioni c'è A quiet place, per me ottimo. Vedremo questo in quale categoria finirà :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Oh sì, A quiet place è anche una mia stupenda eccezione. Qui si è più sul classico, ma la prima parte e la regia bastano a convincere.

      Elimina
  4. Ne ho lette di cotte e di crude, ma come sempre non mi faccio scoraggiare e prima o poi lo si vedrà ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bravo! Io sto nel mezzo, non lo boccio e non mi ci esalto, ma ora aspetto di sapere cosa ne penserai tu :)

      Elimina
  5. Se questa di Ari Aster è l'opera prima, beh... tanto di cappello. Mi sa che ne vedremo delle belle negli anni a venire.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi sono vista buona parte dei suoi cortometraggi e sì, ha stoffa da vendere, fuori e dentro l'horror.

      Elimina