8 ottobre 2014

Io Sto con la Sposa

Andiamo al Cinema

Io sto con la sposa.
Anzi, per avere più effetto di questi tempi potrebbe tranquillamente essere scritto #Iostoconlasposa.
Fin dal titolo, infatti, questo documentario è una dichiarazione di intenti, una presa di posizione sociale, civile e umana.
Io sto con la sposa, io sto dalla parte dei deboli, di chi non ha voce, e la voce gliela do, la registro, e ve la faccio sentire, anche grazie a voi.
La visione più emozionante e più sentita nella 71esima edizione di Venezia (ne parlai QUI) parte dal basso, parte da 2.617 finanziatori privati che con piccole e grandi donazioni hanno reso possibile la realizzazione del documentario, ma parte ancora prima, parte dalla scelta al di fuori della legge che Gabriele del Grande, Khaled Soliman al Nassiry e Antonio Augugliaro fanno, decidendo di aiutare 5 loro amici immigrati illegalmente in Italia ad arrivare dove vogliono arrivare: in Svezia, dove l'accoglienza e la politica sull'immigrazione e più aperta e tollerante.
Sì, miei cari "gli stranieri ci rubano il lavoro, lasciamoli in mare", molto spesso, anzi, nella stragrande maggioranza dei casi, chi sbarca nelle nostre coste lo fa perchè le nostre coste sono le più vicine, e dopo aver rischiato la vita, dopo aver speso ogni risparmio, ha ancora lunghi chilometri a separarlo dalla sua meta, e deve fare i conti con altri contrabbandieri che li prosciugano del denaro rimanente abbandonandoli magari in mezzo alle Alpi o ancora distanti da dove si erano accordati di arrivare.


Per aiutare questi 5 immigranti (5 perchè se di più gli anni di galera raddoppiano) i registi mettono in atto un piano che ha dello scenografico e del geniale: fingersi, ma neanche tanto, un corteo nuziale, attraversare le frontiere a piedi e di nascosto, dividersi in auto dove a parlare saranno gli italiani e in caso di fermo della polizia fare in modo di passare davvero per festanti e gioiosi invitati a nozze.
Vestiti di tutto punto partono così da Milano, passano per Ventimiglia, arrivano in Francia, poi toccherà a Lussemburgo e Germania, infine Copenhagen e poi la Svezia: 5 giorni per fare tutto, 5 giorni in cui fare i conti con un passato travagliato da cui si è dovuti fuggire, da un presente che mina ogni loro dignità e un futuro del tutto incerto, nelle mani di chi li vuole aiutare e proteggere.
La macchina da presa segue tutto questo, segue la rabbia verso una politica che mette un prezzo e un limite alla libertà di un essere umano, segue la disperazione e l'angoscia per quei giorni in mare, per i morti visti e conosciuti che non si possono dimenticare, segue la gioia che scoppia, la festa non appena un po' di calore umano e casalingo si crea.


Inevitabilmente, la rabbia, la disperazione e la gioia si trasmettono allo spettatore, che è così testimone di un'illegalità, di un documento che vuole smuovere le coscienze e lo spettatore stesso, facendo del cinema il veicolo di informazione, comunicazione e intrattenimento.
Perchè come si diceva, la scelta del tema nuziale è altamente scenografica, e le riprese, la fotografia durante i chilometri di questa testimonianza sono curati come in un vero film, ma non c'è buonismo in quest'impresa, non c'è quel sensazionalismo che molto spesso crea diffidenza, anzi, c'è spazio per balli e feste, come in un film di Kusturica.
La verità emerge, pian piano, ci si affeziona a questi personaggi, si viene trascinati dal giovane rapper Manar Mc o dalle parole piene di intelligenza della sposa, e si finisce per ridere, si finisce in lacrime.
Il cinema è anche questo, i documentari sono anche questo: sono una dichiarazioni di intenti che sfida la legge.
Vederlo proiettato a Venezia assieme ai protagonisti, attorniati da numerose spose, vestite con l'abito del loro giorno più bello perchè parte di quei 2.617 produttori dal basso, ha aumentato ancor più le emozioni che si affollavano dentro.
Ma vederlo, in ogni caso, e in ogni modo, è un piacere e soprattutto un dovere che vi dovreste concedere.


7 ottobre 2014

Ray Donovan - Stagione 2

Quando i film si fanno ad episodi.

Recuperata all'inizio dell'anno, la serie targata Showtime aveva fatto promettere e sperare in una seconda stagione molto più corposa e allettante, seminando qua e là temi e personaggi che si sarebbero potuti approfondire meglio,e facendo dei primi 12 episodi una lenta e progressiva immersione nel mondo spietato di Ray Donovan.
Tuttofare e risolutore per le star, Ray aveva presto messo da parte i guai in cui i vip da lui protetti si cacciavano per salvare e proteggere la sua famiglia, vuoi dal padre, mina vagante, uscito di prigione, vuoi da un passato che poco a poco era tornato a tormentarlo.
E come si prometteva, come si sperava, i nuovi episodi sono molto più coinvolgenti e adrenalinici, divisi in più trame che si intrecciano e mescolano, mettendo a dura prova i nervi di Ray.


Abbiamo infatti da una parte il padre fuggito in Messico che con la sparatoria nel finale ha messo in dubbio la credibilità dell'FBI, che, capitanata dal volitivo  e caparbio Ed Cochran, insabbia il tutto prendendosi ogni merito, e avendo così ogni potere per ricattare la famiglia Donovan e costringendo Mickey a tornare a Los Angeles sbattendolo in una topaia delle peggiori.
Abbiamo poi la giornalista Kate McPherson, arrivata da Boston proprio per fare luce su questa vicenda, in cui sente senza troppi problemi puzza di bruciato, iniziando pericolosamente ad indagare.
Abbiamo anche Bridget, cresciuta e maturata in poco tempo che ricomincia a vedersi con il rapper Marvin finendo tragicamente per essere invischiata in un caso più grande di lei che la mette in pericolo.
Infine, abbiamo gli altri fratelli Donovan, tra chi vuole prendere tutto e scappare, chi cerca di rimettersi in sesto ma con difficoltà, chi non rinuncia a stare con il padre pur venendo di volta in volta ferito.
In tutto questo, Ray si muove nella sua graniticità inscalfibile, risolvendo, correndo, sparando e proteggendo come solo lui sa fare.
Peccato che non basta, il suo lato violento e tormentato è ormai uscito allo scoperto e a rimetterci è il suo matrimonio.


Quello che mancava alla prima stagione, una corposità e uno sviluppo più approfondito, lo ritroviamo così qui, in episodi che con passo sicuro ci portano ad un finale dove tutto quanto promesso accade, dove la vendetta, da piatto che viene servito freddo, viene servito con il calore della rabbia e dell'istinto.
La gara tra attori continua, con il bel Liev Schreiber che è ormai un tutt'uno con il suo personaggio spietato con cui ormai si è entrati in sintonia, e con Jon Voight che gigioneggia, diverte e si diverte lasciando anche noi amareggiati dai suoi tonfi. A brillare meno sono così i personaggi che più spazio avevano inizialmente (gli assistenti Avi e Lena, e anche lo stesso mentore Ezra), o i figli di Ray, che appaiono più pesanti del solito anche se capaci di sciogliere un po' il padre a ritmo di Walk this Way, uno tra i tanti finali perfetti.
Le attese e le promesse sono state quindi esaudite, e se questo è il risultato di un anno di stagionatura, chissà cosa ci riserverà il prossimo.


6 ottobre 2014

Please Like Me - Stagione 1

Quando i film si fanno ad episodi.

Josh è un ragazzo particolare.
E non solo per il suo aspetto fisico che ricorda quello di un cinquantenne con faccia da  bambino.
Josh  è strano per il suo modo stralunato di vivere/vestire così come stralunata è la sua famiglia, composta da una madre depressa che tenta il suicidio, un padre che si è rifatto una vita con una giovane thailandese che lo sfotte in continuazione per la sua vecchiaia, una vecchia zia dalla guida spericolata e che si gode ancora le gioie della vita.
E poi, stralunata è la famiglia che si è scelto, fatta del migliore amico Tom con cui condivide una casa che non riesce a lasciare la dispotica fidanzata, una fidanzata, Claire, che invece molla Josh e ci rimane amica, perchè ha capito molto prima di lui che è gay.
Sì, e nello stesso giorno in cui Josh  capisce o forse accetta di essere gay, conosce il bel Geoffrey, cenano assieme e si baciano.


Come non amare una serie TV che fa dello stralunato l'aggettivo più adatto e con la dolcezza dei colori pastello che la caratterizzano ci porta nel buffo mondo di Josh?
Impossibile non resistergli, anche perchè con la durata breve (i classici 20 minuti da comedy) dei 6 episodi che compongono questa prima stagione, li si divora così come si vorrebbe divorare le sfiziose ricette che man mano danno il titolo a questi.
E immersi in questa atmosfera retrò e indie, Please Like Me affronta con leggerezza tutti i temi possibili, dall'omosessualità e le conseguenze nel confessare a famiglia, amici e chiesa questa, alla morte, che chiude tra le lacrime e i sorrisi -come c'era da aspettarsi- il tutto.


Questa sua immediatezza, unita alla spiccata ironia e a un umorismo insolitamente british per una serie che arriva invece dalla lontana Australia, ne fanno un gioiellino che rallegra senza alcun dubbio la giornata, facendo di Josh, Tom e Claire amici che si vorrebbe avere e con cui sarebbe bello trovarsi ogni sera a cena, e della sua famiglia, in particolare della folle zia Peg, una famiglia con cui si tornerebbe senza problemi a vivere, in caso di bisogno.
Non solo stralunata quindi, ma anche tenera e carina, diretta e esilarante quando prende in giro le mode e i trend dell'oggi grazie alla capacità di un 27enne, Josh Thomas, che ne è ideatore e sceneggiatore oltre che interprete.
Hipster poi, eccome, nella sua messa in scena a partire dalla sigla e dalla musica che la accompagna, che non calca mai la mano, che non spettacolarizza e si addentra più dolcemente rispetto a un'americana Looking nel mondo omosessuale, parlandone con una normalità che al giorno d'oggi fa purtroppo notizia.
Se volete un consiglio, iniziate a vederla tra pop-corn e dolciumi, vi assicuro che non ve ne pentirete e senza rendervene conto, avrete già finito questa prima stagione.
Ma non disperate, la seconda è già lì ad aspettarvi!


Biglietto, Prego! - Il Boxoffice del Weekend

Niente colpaccio, niente exploit: Sin City dopo il flop clamoroso americano va male anche qui in Italia dove la pubblicità continua e massiccia faceva sperare almeno in un incasso più degno. Invece il pubblico è in diminuzione, con solo la Scarlett che supera il milione di euro e rimane salda in prima posizione, mentre a completare il podio due new entry: l'horror del momento e la commedia italica specchietto per le allodole visto il cast.
A risollevare l'umore le scatole magiche della Laika al quinto posto e una Guzzanti fanalino di coda, visto che restano fuori la Party Girl da Cannes e il Medianeras dall'Argentina fra i più meritevoli delle nuove uscite.
Un boxoffice che mescola vecchio e nuovo, quindi, ma che non fa esaltare poi molto.


I dettagli:

1 Lucy
week-end € 1.667.301 (totale: 4.989.265)

2 Annabelle
week-end € 950.075 (totale: 950.075)

3 Fratelli unici
week-end € 852.728 (totale: 852.728)

4 Sin City - Una donna per cui uccidere
week-end € 664.976 (totale: 664.976)

5 Boxtrolls - Le scatole magiche
week-end € 417.283 (totale: 417.283)

6 Perez.
week-end € 357.754 (totale: 358.939)

7 Tartarughe Ninja
week-end € 314.823 (totale: 3.410.743)

8 Pongo - Il cane milionario
week-end € 225.610 (totale: 577.184)

9 Sex Tape - Finiti in rete
week-end € 176.845 (totale: 2.725.911)

10 La trattativa
week-end € 175.770 (totale: 178.988)

5 ottobre 2014

Rumour Has It - Le News dal Mondo del Cinema


Leonardo di Caprio, come si è visto in settimana, è sempre più impegnato nel sociale e nell'umanitario.
Potrebbe essere questa la causa per cui ha rinunciato al ruolo di spicco nel prossimo film di Danny Boyle su Steve Jobs. Non che se ne sentisse il bisogno vista il biopic Jobs dello scorso anno, ora resta da capire se il regista inglese riuscirà a trovare un altro pezzo da 90 come protagonista.
I nomi che si susseguono sono quelli di Christian Bale, Bradley Cooper, Matt Damon, e Ben Affleck.

Come vedremo anche per il piccolo schermo, a volte le scelte di remake hollywoodiani lasciano abbastanza perplessi.
Perchè prendere un film francese che è stato un successo mondiale, arrivato un po' ovunque, e ritrasporlo negli States?
Quasi amici, campione d'incassi anche da noi, verrà infatti rifatto, e troveremo Colin Firth al posto di François Cluzet, mentre è notizia fresca che a sostituire Omar Sy sarà Kevin Hart (Facciamola Finita).
In attesa che il progetto trovi anche un regista dopo la non confermata presenza di Paul Feig, continuiamo a tentennare.

Prima di passare a succulente notizie seriali, diamo un'occhiata alla magia della casa Pixar che ha finalmente rilasciato un teaser trailer sul suo prossimo film. Inside Out uscirà nel lontano (sig) 19 giugno, e da queste immagini c'è di che gioire, non c'è che dire:



Le scelte di remake hollywoodiani lasciano molto perplessi, si diceva.
Molto più che Quasi amici, infatti, lascia stupiti la scelta di rifare una serie di successo... inglese. Nemmeno la lingua diversa può infatti essere uno dei motivi che hanno spinto HBO a mettere in cantiere un remake per Utopia, serie di Channel 4 che ha appassionato già con una prima e una seconda stagione.
E poco importa se a firmare tutti gli episodi sarà un certo David Fincher entusiasta della cosa, la perfezione del prodotto poteva benissimo essere lasciata così com'era.

Se un pezzo di Channel 4 se ne va in America, un pezzo di America se ne va a Channel 4.
Mancherà poco -sotto Natale- per vedere infatti quel bell'uomo di Jon Hamm tra i protagonisti della terza stagione di Black Mirror. In attesa di vederlo negli ultimi episodi di Mad Men, l'attore sarà un personaggio collante dei 3 episodi, che a differenza delle prime due stagioni, collegherà i vari accadimenti. Accanto a lui Ooana Chaplin (Game of Thrones).

Altri due attori americani sbarcano in Inghilterra: Hugh Laurie e Tom Hiddleston sono pronti infatti per portare su piccolo schermo The Night Manager, il romanzo di John Le Carré, per la BBC.
Visto l'autore la storia è a base di spie, militari britannici e vendetta.
Visti i due protagonisti, almeno, un po' di appeal in più questa futura miniserie ce l'ha.

Peter Pan non smette di entusiasmare!
Il ragazzo che non vuole crescere potrebbe nuovamente tornare in TV dopo il passaggio in Once Upon a Time con una storia romantica tutta sua. Questa volta però a raccontarla sarà Wendy, e l'ambientazione non certo L'isola che non c'è, ma l'incontro tra una donna che cerca l'uomo giusto e che si imbatte in uno molto immaturo e fiero della sua immaturità. La rete interessata è la NBC, gli autori quelli di A to Z Will McCormack e Rashida Jones.

In attesa di capire se anche in Italia arriverà il suo secondo film da regista dopo La mia vita a Garden State, Zach Braff ritorna al piccolo schermo, anche se solo dietro la macchina da presa. Per MTV dirigerà infatti il pilot di Self Promotion, una comedy dark su un'assistente che vede scomparire nel nulla il suo capo, per sviare i sospetti, depisterà in ogni modo la polizia.
Staremo a vedere!

4 ottobre 2014

Foxfire - Ragazze Cattive

E' già Ieri -2013-

Ah, i giovani!
Non puoi lasciarli un attimo che subito si creano i loro club privati, il loro gruppetto di amici con regole e codici!
Dopo i Posh di Lone Scherfig, ecco le Foxfire di Laurent Cantet.
Oddio, il paragone è però quasi agli antipodi: privilegiati oxfordiani da una parte, ragazze non proprio agiate, anzi, e non proprio bellissime dall'altra.
Ma entrambi i gruppi sono esclusivi, hanno i loro rituali di ammissione e sono connotati da una violenza in parte latente in parte pronta ad esplodere e che esploderà.
Rabbia giovane.


Le Foxfire si creano infatti quasi naturalmente, con il gruppo di amiche sempre più schifato e stanco di come gli adulti le trattano, di come i compagni di scuola le prendano di mira, e iniziano così le loro azioni di vendetta che vedono il sesso maschile e il maschilismo come loro bersaglio.
Pestaggi? Rivendicazioni?
Certo.
Ma anche innocue scritte sui muri, piccoli furti, e parole, tante parole che soprattutto la leader Legs ispirata declama calamitando su di sé lo sguardo ammirato delle sue sottoposte.
Ma essendo negli anni '50-'60 nell'America di provincia, tutta questa violenza, tutta questa vendetta promessa non sono poi così clamorose. E anche se proprio Legs finirà nel carcere giovanile per le sue azioni sconsiderate, non aspettatevi quella violenza che invece il Riot Club ci ha mostrato.
Le Foxfire sembrano più un'idea, un'utopia che nella seconda parte, con la vita in comune e con bollette e spese da fare, si scontra e si sfalda con la realtà.
Le parole della capo gruppo perdono infatti di efficacia, le nuove entrate non si amalgamano con il potere che le anziane sembrano e vogliono tenere, la rivoluzione e la rivendicazione che chiama è il sogno di una ragazzina che non ha ben capito come il mondo gira, e quando l'amore bussa alle porte del cuore di una di loro, quando i giochi iniziano a farsi troppo grandi, per loro, tutto finisce.


Il racconto delle gesta di queste ragazze si muove così tra la sottile linea che divide le pazzie giovanili a quelle di ideali più grandi, ma che a ben guardare non animano proprio tutte.
Le loro azioni sconsiderate o pianificate che sia, vanno ad intaccare il singolo, e da quello che la voce narrante ci faceva aspettare, resta gran poco di cui indignarsi o esaltarsi.
Cantet (che a Venezia aveva saputo conquistarmi con il malinconico e nostalgico Retour à Ithaque), riadatta il romanzo di Joyce Carol Oates ma pecca decisamente in più punti: la lunghezza sfianca la visione, appesantita dalle tante parole, dalle poche immagini ad effetto; il cast non è dei migliori, e anche se le ragazze danno una buona prova, Raven Adamson (Legs) irrita fin dal suo esordio, e il suo carisma non arriva allo spettatore, o almeno non a me, mentre la sua probabile omosessualità che poteva essere esplorata come un punto di forza visti gli anni di ambientazione e non come un lato pruriginoso del film, viene tenuta in disparte.
Niente a che vedere con i Posh inglesi, quindi, che acquistano a posteriori almeno un alone di splendore in più.
Niente a che vedere con quelle pellicole che proprio i giovani dovrebbero riuscire ad appassionare, creando un effetto cult che qui manca in toto, e che appare invece più rivolto a persone mature con la pazienza di seguire e non denigrare i gesti di piccolo conto, che non fanno certo una rivoluzione, delle Foxfire.


3 ottobre 2014

It's Kind of a Funny Story

E' già Ieri -2010-

E' una storia un po' buffa quella di Craig.
E' una storia che inizia con quello che sembra un sogno, e che con ogni probabilità è un desiderio,  un sogno e un desiderio che lo vede correre lungo un ponte, salirci sopra e, sì, tentare di buttarsi di sotto.
Ma lì si blocca, lì il pensiero dei genitori e della sorellina, il dispiacere con cui li lascerebbe, lo ferma.
E' una storia un po' buffa quella di Craig.
Che decide così di ricoverarsi spontaneamente al pronto soccorso, per cercare di arginare questa sua mania suicida, per cercare di placare questi desideri e di capirli. Prima di tutto.
Peccato però che il reparto destinato ai più giovani e agli adolescenti sia al momento in ristrutturazione, e così Craig finisce in psichiatria, ricca di casi disperati, di psicopatici, di depressi cronici che nemmeno si alzano dal letto, di tanti tentati suicidi.
No, meglio tornare a casa, meglio ritornare dai genitori nella sicurezza che l'ansia per il corso estivo esclusivo a cui deve far domanda e che l'amore non corrisposto per la ragazza del migliore amico comportano.
Ma no, firmato è stato firmato, e almeno 5 giorni Craig lì li deve passare.


E ora la storia di Craig si fa ancora più buffa.
Con i suoi 5 giorni che scorrono lentamente, che lo portano ad analizzarsi e a confrontarsi con gli altri, a trovare in Bobby un amico fidato, un amico da aiutare e con cui divertirsi dimenticando che entrambi, e in particolare proprio l'altro, quel divertimento faticano a sentirlo, immersi in quella campana di vetro che Sylvia Plath descriveva perfettamente.
E poi, bè, c'è Nia, problematica come lui, strana e diversa dall'amata Noelle, che lo capisce e lo sfida, che gli fa provare quei battiti accelerati che mai avrebbe pensato di sentire dentro un ospedale.
Mentre la sua sicurezza cresce, mentre si lascia andare a disegni sopraffini e cantate da rock star, Craig, nonostante qualche caduta, affronta le sue paure, affronta la sua tristezza, le sue ansie, crescendo ed aiutando(si).


E' una storia buffa quella di Craig, però.
Sì, perchè tratta dal romanzo di Ned Vizzini che si basa sulla sua reale esperienza di ricovero in giovanissima età per depressione, dà quella speranza e quell'ottimismo che fanno credere tutto possibile.
Peccato che però, e di buffo c'è gran poco, che Vizzini dopo anni di lotta continua contro la Cosa Brutta (cit.) si sia arreso, si sia buttato dal tetto di casa dei genitori nel 2013, mettendo sotto una nuova luce anche il suo racconto, anche questo film.
Perchè, ovvio, è necessario uscire da una vera e proprio malattia, ma come ricorda la vita vera non sempre è possibile.
Anche a posteriori, nonostante il reale sia più duro della finzione, It's kind of a funny story mantiene però tutta la freschezza e il coraggio di parlare di questo argomento con toni positivi e leggeri, facendone una storia buffa in cui più che il dramma è la commedia romantica a prevalere.
Il carattere indie del film è poi di quelli che funzionano a meraviglia, riuscendo ad incastrare un'ironia e un ritmo scoppiettante narrato dalla sempre apprezzata voice over del promettente Keir Gilchrist, rimasto un po' indietro rispetto alla collega Emma Roberts che nel frattempo ha raggiunto il successo. Accanto ai due giovani, i volti noti della mamma per amica Lauren Graham, la saggia Viola Davis e il folle Galifianakis.
La storia buffa è, così, incredibilmente godibile, stupendamente narrata e capace di essere profonda, di commuovere e di spiegare come solo i sorrisi spontanei sanno fare anche un qualcosa di così inspiegabile a parole.


2 ottobre 2014

Silenzio in Sala - Le Nuove Uscite al Cinema

L'ottobre cinematografico inizia decisamente con il botto visto che ci propone un sequel che si attende ben da 10 anni!
Oltre al probabilissimo numero uno del boxoffice del lunedì, ci sono però diverse chicche tra cui una di animazione e tutte le altre europee: una francese, una (o forse due?) italiana e una argentina, che arriva con giusto qualche anno di ritardo.
Bisogno di un po' di chiarezza, e di qualche consiglio?
Eccoli qui:

Sin City 2 - Una Donna per cui Uccidere
A 10 dal primo avveniristico capitolo, torniamo per le strade del peccato con tre nuovi episodi da seguire.
Il cast è in parte confermato (Mickey Rourke, Rosario Dawson, Jessica Alba, Bruce Willis) in parte rinnovato con succose new entry (Eva Green, Josh Brolin, Joseph Gordon-Levitt). Rodriguez baderà più alla quantità o alla sostanza? A breve, l'ardua sentenza.
Nel frattempo, immagino non serva dirlo troppo forte, andate in tranquillità a vederlo, in un modo o nell'altro vi rifarete gli occhi.
Trailer
Party Girl
Vincitore all'ultimo Festival di Cannes del premio al miglior film nella sezione Un Certain Regard, la pellicola francese ha tutte le carte in regola per conquistare: una sessantenne spogliarellista (e non solo) come protagonista, un uomo che la ama da sempre e che le vuole far cambiare vita, l'ultima baldoria prima del matrimonio.
Un'ochiata, più che interessata, gliela si dà.
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Boxtrolls - Le Scatole Magiche
Dai produttori di quel gioiello di Coraline e del meno riuscito ParaNorman, arrivano le simpatiche e buffe scatole/trolls che sicuramente avranno facile presa sul pubblico dei più piccoli ma che per la stranezza della trama e la bellezza dei disegni, non deve essere snobbata anche dai più grandi.Tra tute bianche, formaggi saporiti e bambini curiosi, c'è di che correre in sala!
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Una Promessa
Da Patrice Leconte ti aspetteresti un film poco convenzionale, basterebbe uno sguardo solo al suo film di animazione La Bottega dei Suicidi. Invece quanto presentato lo scorso anno a Venezia è un classico dramma dei sentimenti, con il povero che inizia a lavorare e guadagnarsi la fiducia di una ricca famiglia, salvo innamorarsi perdutamente della moglie.
Niente di nuovo, niente di esaltante. Fortuna, almeno, che ci sono quei bellocci di Rebecca Haal e Richard Madden (Game of Thrones) come protagonisti.
QUI la breve recensione

Medianeras - Innamorarsi a Buenos Aires
Anche gli argentini fanno commedie indie e romantiche al punto giusto. Martin e Mariana sono infatti due giovani dalle mille fobie che non sanno vivere i loro sentimenti se non davanti allo schermo di un computer, ma, ovviamente, il destino li porterà finalmente a conoscersi.
Con colpevole ritardo (giusto quei 3 anni), forse è il caso di recuperarlo.
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Annabelle
Prequel di The Conjuring, il film va a svelare quanto la terribile bambola Annabelle ha fatto.
Riuscirà a dare una ventata di novità al genere horror, parecchio sottotono ultimamente?
Consigliato ai patiti del genere.
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La Trattativa
Sabina Guzzanti ha convinto Venezia con il suo documentario che mescola finzione e che va a indagare e mostrare quanto successo dopo il periodo di piombo in Italia, con la trattativa avvenuta tra Stato e Mafia. Un'occasione per approfondire e riflettere, che potrebbe convincere anche i non fan dell'attrice/comica/regista come me.
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Perez.
Dopo Anime nere, dopo la Guzzanti, un altro film passato per il Lido che tratta di affari sporchi e circoli mafiosi. Questa volta abbiamo a che fare con la camorra e con un avvocato che da sempre non sceglie da che parte schierarsi vivendo la sua vita. Quando però si ritrova difendere un collaboratore della giustizia e la figlia inizia una relazione con un poco di buono, passa all'azione. Protagonisti Luca Zingaretti e il Marco D'Amore della serie Gomorra.
Io lo snobbai, ma potrebbe non essere così male come a naso mi sembrò.
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Take Five
Potrebbe essere una sorpresa come Smetto quando voglio, o potrebbe essere una cantonata in puro stile italiano. La rapina imperfetta che un gruppo di strampalati soliti ignoti vuole infatti mettere in atto ha tutti i rischi del genere.
Visto il Trailer, Guido Lombardi propende più per la seconda ipotesi.





Fratelli Unici
Dopo alcuni film italiani che potrebbero anche valere la pena di essere visti, ecco la classica commedia che abbassa i toni e che cerca di divertire a furia di già sentito e di equivoci.
La storia è quella di due fratelli opposti per stile di vita che si ritrovano a convivere dopo che uno dei due ha (momentaneamente) perso la memoria. Se poi ci mettiamo il cast dei soliti noti (Luca Argentero, Raul Bova, Carolina Crescentini e Miriam Leone), le cose di certo non migliorano.
Trailer

1 ottobre 2014

Posh

Andiamo al Cinema

Lone Scherfig può ormai considerarsi una regista inglese a tutti gli effetti.
E non perchè ha rinnegato gli stilemi del Dogma 95 della sua Danimarca, ma perchè sia nell'ambientazione che, soprattutto, nello stile, i suoi ultimi film richiamano quella cinematografia inglese che fa dell'eleganza e del velo di nostalgia che li permea i suoi caratteri fondamentali.
Se poi vogliamo proprio fare i puntigliosi, i suoi film precedenti avevano anche quel sentore parigino che l'attraversata de La Manica giustificavano, con l'azione sia di One Day che di An Education che si spostava dalla Londra classy alla Parigi romantica.
E se vogliamo continuare ancora questo gioco di rimandi e di richiami nella filmografia della regista, possiamo ritrovare in tutti i suoi lavori la bravura con cui riesce a raccontare e inquadrare i giovani, il modo in cui ci racconta la loro crescita e i loro primi amori.


Tutto questo ritroviamo infatti in Posh, forse il film più inglese che potesse fare, visto che l'azione si svolge interamente nella privilegiata Oxford.
Giovani, titubanti, imbarazzati e speranzosi, le cui timidezze, le cui speranze si incontrano e si scontrano tra i muri storici dell'università, spingendoli al confronto e al cambiamento senza quella gentilezza a cui siamo spesso abituati.
C'è infatti un club esclusivo, una vera e propria leggenda all'interno del campus, la cui nascita risale addirittura al 1776, quando per commemorare il libertino e edonista lord Ryot i suoi più cari amici si riunirono dal giorno della sua morte in cene ed eventi in cui vino, droga e donne non mancavano mai.
Da allora, ogni anno il Riot Club deve riunirsi e celebrare la vita, componendosi sempre di 10 membri che corrispondano alle caratteristiche leggendarie dei fondatori e abbia in sé un po' di lignaggio nobile.
Nella loro diversità, Miles e Alistair finiscono per essere le matricole prescelte per l'iniziazione, e dopo prove a base di porto e umiliazioni varie, vengono ammessi a questa esclusiva associazione, che vede nella cena baccanale il suo fulcro più importante.
E cosa può succedere se uno è fondamentalmente un bravo ragazzo, che nel frattempo ha trovato una ragazza da amare, mentre l'altro è un rancoroso figlio di papà, da sempre chiamato a competere con tutti e in particolare con un fratello maggiore e di successo?
Succede il prevedibile, con la cena che si tramuta in una gara tra i due, con il buono che subisce, con lo snob che incita alla violenza, mentre a farne le spese saranno la fidanzata del primo e i proprietari del locale che li ospitano, colpevoli di essere semplici e poveri borghesi.


Proprio nella banalità della trama sta purtroppo il punto debole del film, che a livello tecnico (per quanto qualche musica in  più e più di impatto -si salva solo la classica Wild Boys- non sarebbe stata male) non ha nulla da eccepire, riuscendo a far scoprire quella Oxford così antica anche a noi studenti italiani abituati a ben altro, ed ammantando il tutto in un'eleganza tipicamente british e molto posh.
Peccato però che le svolte del racconto siano facilmente prevedibili e immaginabili, con quella sensazione di "ecco, lo sapevo" in cui ci si ritrova troppo spesso.
A differenza dell'opera teatrale da cui è tratto, però, Posh cambia il suo finale, costruito tutto in anticlimax che non rispecchiano quanto ci si aspetta rimescolando almeno un po' le carte in tavola.
Ottimo poi il cast, composto da bellocci come pochi come Max Irons (sì, figlio di Jeremy), Sam Claflin e Douglas Booth che fanno facilmente breccia nel cuore femminile, mentre i maschietti ritrovano volentieri la formosa Jessica Brown Findlay (Dowton Abbey) e una Natalie Dormer (Game of Thrones) quanto mai in parte.
Mancano quindi scene cult e attimi di puro godimento, ma resta una composizione ben sostenuta e ben architetta in cui ognuno svolge la sua parte a dovere.
E a volte, per quanto con un po' di delusione, basta anche questo.