29 agosto 2026

Lee Cronin - La mummia

La Settimana Horror

Abbiamo iniziato la settimana con il seguito del film che ha fatto conoscere ai più Lee Cronin e che lui stesso doveva dirigere, la concludiamo con il film per cui ha lasciato la palla scottante a Sébastien Vaniček.
Che lo capisco, Lee, dopo aver avuto a che fare con Sam Raimi e Robert Tapert, se ti chiamano James Wan e Jason Blum, come puoi sottrarti? È un bel poker di nomi con cui avere a che fare.
L'idea, poi, era stuzzicante: ridare nuova vita a La Mummia, uno di quei mostri classici della Universal che ancora non si è capito se sta facendo il suo Universo o meno, andando a ripresentarli in toni più seri e cupi, e soprattutto più attuali.
Abbiamo già avuto un affascinante Uomo Invisibile, abbiamo avuto un meno riuscito Uomo Lupo, abbiamo avuto un Dracula con le fattezze di Nicolas Cage che però in quanto commedia e in quanto a spostare lo sguardo sul suo servo Renfield non lo so se fa davvero parte di questo Universo in rinascita, e James Wan si è messo in testa di avere finalmente una Mummia che fa paura. Che tutti ricordano solo il giocattolone del 1999 con Brendan Fraser e pochissimi -io no di certo- il remake con Tom Cruise, ora era il momento di fare le cose sul serio. 
A partire dal titolo, con il nome di Lee Cronin bello in grande, a troneggiare perché questa è la sua versione, da non confondere con le altre anche se i canali social della Universal hanno dovuto per mesi ribadire che no, Fraser non sarebbe tornato, non avrebbe fatto nessun cammeo.


Che io pensassi al Cronin scrittore, che magari un racconto con una mummia lo aveva anche scritto, sono problemi solo miei, qui ci troviamo di fronte a una storia del tutto nuova.
Una storia che parte con una sparizione, angosciante come sanno essere quelle dei bambini rapiti di cui non si ha più traccia. Nella Cairo caotica, nella Cairo calda, la polizia poco può fare se non sospettare dei genitori, un giornalista in attesa di tornare negli Stati Uniti e la moglie infermiera incinta, che però non c'entrano niente, lo abbiamo visto noi spettatori chi l'ha rapita la piccola Katie, e sappiamo che c'è una piramide, una tomba, un sarcofago che la attende. 
Quello che non ci aspettiamo è la chiamata, 8 anni dopo, del suo ritrovamento.
È viva, segnata nel corpo e nella mente dalla prigionia, ritrovata dopo un incidente aereo chiusa in quel sarcofago, ricoperta di pergamene. E la notizia che tanto aspettavano quei genitori disperati che sono riusciti ad andare avanti per amore dei figli rimasti, si rivela essere l'inizio di un incubo. Lo sa bene chi deve prendersi cura di infermi, chi deve sacrificare tempo, corpo e affetti per gli altri per cercare un briciolo di umanità verso chi sembra averla persa. 


Katie graffia, Katie non parla, Katie morde e Katie scappa. 
Katie fa paura, ai suoi due fratelli, un fratello minore che sembra il maggiore ora e che non la riconosce, e una bambina troppo piccola per averla conosciuta e per saper gestire il suo ritorno, ma anche a una nonna che prega per lei e per un padre che vuole sapere la verità. Dov'è stata in quegli 8 anni, cosa le è successo? L'unica che non la teme è una madre cieca di fronte alle reticenze degli altri, che lancia accuse tenute nascoste, che cerca nello sguardo spento e nella pelle raggrinzita, la figlia che non ha potuto crescere.
Lee riesce a mostrare bene la claustrofobia di una casa labirintica, l'ossessione di una madre per la cura e di un padre che cerca la verità assieme -a distanza- alla detective Zaki, mostra il lutto e i modi diversi con cui lo si è gestito e con cui si cerca di gestirlo ora, e mostra soprattutto la paura.
Quella che Katie fa, con il suo corpo e con la sua voce, con ordini e fughe e possessioni che fanno dire "ma nessuno la sente?!" ma fanno anche rabbrividire.
Peggio una dentiera cadente, un'unghia tagliata o il solito cunicolo in cui scappare?


Denso di strati come fosse un classico su un mostro classico, questa nuova Mummia umana, lontana da faraoni e amuleti, sa immergerci in una realtà in cui demoni e protettori di demoni, sacrifici e possessioni sembrano reali, con una parte storica che meritava più spazio se proprio si doveva inserire il classico vecchio professore esperto, e una parte poliziesca sacrificata ai jumpscares.
Se Lee gestisce gli spazi e gli effetti speciali in modo tetro e cupo, né Jack Reynor né Laia Costa si dimostrano all'altezza della situazione, imbronciati e seriosi e fuori parte, sono sorpassati a destra vuoi dalle figlie (Natalie Grace e Billie Roy), vuoi dalle attrici egiziane May Calamawy e Hayat Kamille.
La sensazione di farne un nuovo classico c'è, a partire dalla durata e passando per i temi impegnati con cui Lee per primo è riuscito a canalizzare il lutto della madre, ma è affievolita da un risultato che riesce a spaventare senza farsi epico quanto sperato.
Sarà per il prossimo Mostro.

Grado di paura espresso in Leone Cane Fifone:
2 Leoni su 5


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