Danny Boyle è tornato.
E Danny Boyle è sempre lui, lo riconosci da un inizio dal ritmo sfrenato, lo riconosci dalla ricerca di nuove angolazioni, lo riconosci dalla colonna sonora, molto rock, molto accattivante.
Ma a questo giro Danny Boyle graffia meno.
Nel raccontare la storia del Sun, il quotidiano meno rispettato di Gran Bretagna e non solo, sembra arrivare tardi, sembra essere superato a destra dalla realtà e da una critica fin troppo facile su quello che il giornalismo è diventato.
Si parte da dove tutto è iniziato, e da come si è iniziato a guardare più alle vendite che ai contenuti, più a quello che il pubblico vuole che a quello di cui avrebbe bisogno.
Una lezione che il cinema degli ultimi anni dovrebbe imparare.
Quest'inizio corrisponde all'acquisizione da parte di Rupert Murdoch del Sun e all'affidarlo a Larry Lamb, editorialista con scrupoli iniziali ma in realtà mosso dalla rivalsa contro gli ex colleghi del Daily Mirror a guidarlo con scelte spudorate e esagerate.
Una cena per decidere tutto, dove i soldi contano più della morale.
L'inizio, fatto di incontri, assoldamenti e tentativi di approcciarsi a giornalisti più o meno reticenti è quello esaltante. Poi ci si arena un po' nella costruzione di un giornale che non sa che natura avere, che ruba idee prima di averne di proprie. Ovviamente scandalose.
Quello che tutto cambia è il rapimento di Muriel McKay, moglie del collaboratore di Murdoch, e la copertura dall'interno che ne fa il Sun mescolando privato e pubblico, mettendosi in mezzo alle indagini e inevitabilmente influenzandole. Come direbbe un podcaster.
Sono gli inizi dei giornali scandalistici che ricercano lo scandalo, è una critica piuttosto facile a un modo di intendere il giornalismo basandosi sui numeri e Jack O'Connell ha il volto famelico giusto per incarnare Larry Lamb, riuscendo a dargli la profondità di un ragazzino ferito e di un uomo d'affari che chiede rivalsa. Ad uscirne meglio, inaspettatemente, è proprio il Murdoch di Guy Pearce, l'incarnazione del male per molti oggi e che qui è quello che cerca di frenare e di porre dei limiti.
Boyle ci esalta con feste esagerate, con ragazze provocanti, con tradimenti e litigi, ci entusiasma con una colonna sonora che azzecca tutti i pezzi, con il suo montaggio veloce e con le sue inquadrature inclinate a mostrare dov'è che scivola la china.
Ma non graffia.
Non racconta niente di nuovo, pur in modo se non nuovo, perlomeno personale.
Anche se è un personale che deve molto a Scorsese, anche se sembra di vedere una versione British e una versione anni '70 dei lupi di Wall Street.
Dare al pubblico quello che vuole non è mai la soluzione, dargli quello di cui non sa di avere bisogno, la realtà, nuove storie, quelle che non ha ancora conosciuto, invece sì.
Facile quindi concludere con una carrellata di scandali, con titoli mancati, video e influencer che ci fanno indignare con facilità.
Chiudendo in modo veloce un film che esaurita la notizia di un rapimento non ha altro da raccontare. E ce ne sarebbe, in realtà. Tra chi, cosa, come è perché, ma soprattutto, cos'altro ancora.
Meno facile allora è fare un film che riesce a graffiare appieno, soprattutto se ha i riflettori puntati nell'essere un film di apertura che si schiera, che parla a un pubblico fatto qui di giornalisti, che poco hanno applaudito.

Nessun commento:
Posta un commento