17 giugno 2016

Post Mortem

E' già Ieri -2010-

Sbagliare è umano, perseverare è diabolico.
Me lo dico da sola.
Non contenta di aver visto un film imbruttente e squallido come Tony Manero, pur sapendolo già brutto e squallido, mi sono vista anche Post Portem, stesso regista, stesso attore protagonista, stesso risultato: brutto e squallido.
Se più o meno, lo devo ancora capire, visto che tra i due è davvero una bella gara.
Siamo ovviamente ancora in Cile, questa volta non solo negli anni '70 di Pinochet, ma nel momento stesso del colpo di Stato che portò alla morte Salvador Allende.
Militari ad ogni angolo di strada, riunioni segrete, vicini da spiare o da nascondere, omicidi facili da compiere come da occultare.


Vediamo tutto questo attraverso lo sguardo triste fino alla depressione di Mario Cornejo, lavoro: assistente di un medico legale, nella fattispecie, colui che batte a macchina l'autopsia in corso.
Lo vediamo a lavoro, triste e solo, lo vediamo in una casa ordinata, triste e solo, lo vediamo mangiare uova, sempre triste e solo, lo vediamo andare a uno spettacolo di burlesque, triste e solo, che solo non vuole più essere, adocchiando la bella ma ormai vecchia per essere una ballerina, Nancy.
Dissidente, civettuola, starà però con un altro, pur chiedendo, senza alcuna fortuna, aiuto proprio a Mario per nascondersi dai militari.
La trama è tutta qua, con il solito Alfredo Castro che dà vita a un personaggio che mette i brividi per la sua vita, per il suo squallore.


Come si diceva ieri, al di là della curiosità nel vedere un film che come sempre ha diviso la critica tra chi -per me giustamente- lo ritiene troppo brutto nei suoi temi come nella sua messa in scena, e chi, invece, grida al capolavoro, a dare un senso a film simili è il periodo storico che vogliono raccontare.
E anche qui, tra corpi che in un solo giorno si ammassano nelle scale e nei corridoi dell'obitorio, tra un'autopsia che ci si rifiuta di fare, nella desolazione di case dove nessuno è davvero sicuro, spiato com'è dalle finestre, da quello che era un buon vicino, la situazione del Cile nel 1973 ci è ben chiara.
Non mi è chiaro però come si possa apprezzare un film simile, che attraverso un amore che è un'ossessione, che non si sente, fredda come la luce grigio-bluastra che caratterizza il film, cerca di raccontare pagine di storia che meglio potrebbero essere raccontate.
Il percorso alla scoperta del cinema di Larraìn, un cinema che non sembra proprio fare per me, finisce domani con il più promettente dei suoi lavori, No - I giorni dell'arcobaleno.
Mi sento sempre più diabolica.


Regia Pablo Larraín
Sceneggiatura Pablo Larraín
Cast Alfredo Castro, Antonia Zegers, Amparo Noguera

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Tony Manero, Colonia, No - I giorni dell'Arcobaleno

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