28 gennaio 2017

Born to be Blue

E' già Ieri -2016-

Il mio rapporto con il jazz non è dei migliori.
Troppo colto lui, troppo leggera io.
In più, se sei cresciuta con dei genitori che nei lunghi viaggi in auto di notte, nei ritorni a casa dalla montagna, dal ristorante, quando fuori è buio e l'ora di andare a letto si avvicina, allietano quel viaggio con cassette jazz o Radio Montecarlo Night, allora, il jazz sarà sempre per te una ninna nanna che porta a dormire.
Stimolo-risposta, si dice.
Qualcosa sta cambiando, però, ed è grazie al cinema.
C'ha pensato Damien Chazelle con Whiplash prima e il magnifico La La Land poi, calando l'asso di un Ryan Gosling che ti spiega perché il jazz è da amare e da conoscere, e allora, se lo dice Ryan, una chance a questa musica gliela devi dare.
Con questi buoni intenti mi sono avvicinata al film che racconta la vita di una leggenda recente del jazz: Chet Baker.



Trombettista, stimato da Charlie Parker, Miles Davis, collaboratore con Dizzy Gillespie.
Nomi che perfino io so riconoscere come grandi.
Quella che non conoscevo, è la vita tormentata di Chet, che in Italia è passato spesso, perfino nelle sue carceri.
Cresciuto in quelle cittadine di campagna da cui si vuole fuggire, passato per una guerra in cui non ha voluto tornare, Chet tanto sa incantare con quella vena malinconica delle sue composizioni e delle sue interpretazioni, quanto non sa reggere delusioni, la gioia, l'equilibrio.
Eroina si chiama la sua droga, una droga che non riesce ad abbandonare, al cui richiamo non sa resistere, e gli segna la vita.
Fuori da un locale, ad aspettarlo, probabilmente gli scagnozzi di uno spacciatore con cui è in debito, non si saprà mai. Quel che è certo, è che gli rompono labbra, denti, mandibola: il suo strumento, prima che la tromba.
Chet non potrebbe suonare mai più, ma si sa, i geni sono testardi, così testardi da allenarsi, da mettere da parte quell'istinto che li ha portati al successo, e ri-scalare partendo da più in basso del fondo, la vetta.


Born to be Blue, per raccontare tutto questo, ci mette molta licenza poetica: Jane, collega prima in quel film (vero) mai girato sulla sua vita, fidanzata poi e madre di suo figlio, presente in questo di film che racconta la sua vita, è in realtà un mix delle sue donne, delle sue spose, per questo anche gli eventi drammatici, anche le scelte fatali e decisive, devono essere prese con le pinze.
Il finale no, quel finale che fa un po' pensare, con la droga scelta al posto della vita, anzi, come compagna di vita, alla faccia di Renton.
Sarà sotto il suo influsso, lasciando gli Stati Uniti, che Chet comporrà le sue opere migliori, le più mature.
Uno spot a favore dell'eroina?
No di certo.
Ma il ritratto di un genio discontinuo, nato per essere blue, per essere malinconico come quella sua voce rotta e suadente, infranta.
Ethan Hawke gli dà voce e corpo calandosi più del dovuto nella parte, pur non smettendo di essere ai miei occhi Ethan Hawke, lavora sui gesti, sulla postura, sulla voce, appunto.
E canta, e suona, anche se le musiche utilizzate non sono quelle originali, va a capire perché.
È un film strano, Born to be Blue, in cui si fatica ad entrare, che inganna con quel bianco e nero iniziale, che va avanti e indietro nel tempo, che mescola le carte ma sembra non ingranare mai.
È come se Budreau non volesse fare il più classico dei biopic, prendendo solo uno stralcio della vita di Chet, condensandolo, arricchendolo, ma senza ben sapere come tenere insieme il tutto.
Per fortuna, ci pensa il magnetico Ethan, ci pensa la musica, soprattutto, che i brividi li fa venire anche a una come me, che il jazz non lo capisce, ma inizia ad apprezzarlo.


Regia Robert Budreau
Sceneggiatura Robert Budreau
Musiche David Braid, Todor Kobakov, Steve London
Cast Ethan Hawke, Carmen Ejogo, Callum Keith Rennie
Se ti è piaciuto guarda anche
Whiplash, Walk the Line, Ray

5 commenti:

  1. L'ho visto più di un mese fa, forse, e se non ne ho ancora parlato è perché neanche a me ha impressionato così tanto. Però Hawke l'ho trovato particolarmente bravo: se lo filano troppo poco. :)

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    1. Me lo filo io, dai, però diciamo che è piuttosto scostante nelle sue scelte, passando da bellissimi ruoli ad altri piuttosto ridicoli... Qui lui funziona, il film, per come è costruito, meno.

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    2. Bada alla regioni del portafoglio, sicuramente, però non è mai fuori parte. :-D

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  2. Sembra un film piuttosto ostico, proprio come la musica jazz.
    Che(t) però negli ultimi tempi sta dando belle soddisfazioni, specie al cinema...

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    1. Ostico nella struttura, ma anche piuttosto freddo a tratti, come ancora mi risulta il jazz. Ethan ci mette tanto di suo e riesce a risollevare qualcosa.

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