7 settembre 2017

Venezia 74 - Mektoub, My Love: Canto Primo

Si prende il suo tempo, Kechiche, sempre.
Si prende il suo tempo, ma ci racconta l'estate, l'amore, la giovinezza, ci racconta le luci e le ombre, i sogni e le speranze, le notti scatenate e i pomeriggi in spiaggia, in una città di mare, nel 1994.
Il soggetto, è in parte biografico: il protagonista è Amin, che torna a casa da Parigi per le vacanze, il sogno di diventare regista, con sceneggiature nel cassetto, fotografie da sviluppare, film da vedere. Preferisce il buio della sua stanza e di un vecchio film in bianco e nero al sole della spiaggia, preferisce osservare, studiare, ascoltare gli altri rispetto all'entrare in azione. L'opposto del cugino marpione, che passa da una donna all'altra per nascondere quella storia quasi adultera con una promessa sposa, libertina e scatenata.



Kechiche ci mostra le loro serate in discoteca, ci mostra le lunghe, lunghissime chiacchiere a due, a quattro, le confessioni come gli sfoghi, i ricordi comuni, le decisioni per quel futuro per cui ancora non c'è posto. Sono tutti in vacanza, non ci sono preoccupazioni. A rovinare la festa, la gelosa Charlotte, che quel cugino pensa di amarlo, e non si integra al clima esagerato che le sta intorno, non osserva, ma guarda torvo, non ascolta, vuole parlare e piangere.
I tempi, come da copione, sono dilatati, la sceneggiatura si basa sull'improvvisazione così come le interpretazioni sono per lo più di esordienti. Tutto ha così quel senso di verità, di quotidianità, di immediatezza, che Kechiche registra al meglio, impostando luci, colori, sovrapponendosi all'occhio da futuro regista di Amin.
Ce lo aveva già mostrato con La vita di Adele quanto può essere bella la vita così com'è, senza bisogno di effetti speciali, senza bisogno di fantascienza, e in questo Primo Canto ce lo ripete, eccedendo ancora una volta non tanto in scene esplicite (con cui si apre, ma che poi sembrano quasi tagliate, vista l'eccitazione generale), ma in balli proibiti, in dimenarsi e sottolineare in modo ossessivo la bellezza femminile.
I 180 minuti non spaventano, riempiono, qualche momento di pesantezza è inevitabile, ma si arriva ad un finale perfetto, che racchiude il senso del tutto, che sa commuovere, poi, fino alle lacrime, fino al sorriso, con semplici parole.

3 commenti:

  1. Ecco un film di tre ore che non mi spaventa, e anzi non vedo l'ora di vedere.
    E questa volta spero di essere d'accordo con te. ;)

    Kechiche, famme sognà!

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    Risposte
    1. Te farà sogná, vedrai, e da maschietto apprezzerai certe parti (anatomiche e filmiche) molto più di me ;)

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  2. Ammetto di non avere mai amato Kechiche, ma ammetto che questo è davvero un signor film... tre ore che scorrono d'un fiato, raccontando la vita. Molto bello.

    p.s. curiosità: secondo te perchè "canto uno" è stato scritto in italiano?

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