4 maggio 2018

West Side Story

Once Upon a Time (in America) -1961-

Inutile nascondersi dietro un dito, inutile avvalersi di una Promessa.
Non avevo mai visto West Side Story, non l'avevo nemmeno inserito ne #LaPromessa2018 fra i recuperi doverosi da fare.
C'è da dire che però ad un concerto sulle musiche magiche scritte da Bernstein sono andata ai  tempi dell'Università (e per un esame, pensa che begli esami che facevo!), ma forse il destino sapeva più di me, sapeva che in quel lato ovest di Manhattan sarei finita, e per prepararmi, per calarmi nell'atmosfera, di conoscere la storia di Maria e Tony avrei avuto bisogno.
Così, con quegli anni di ritardo, eccomi qui, fra tetti, quartieri, vie, ghetti e gang.


Eccomi a conoscere i Jets, le loro vite difficili nonostante la pelle chiara, gli Shark, la loro vita difficile, anche per quella pelle più scura, nonostante il ritmo caliente di Porto Rico che scorre nelle loro vene.
Sempre contro, sempre in vena di guai, di sfide, di azzuffarsi, nonostante la polizia cerchi di sedarli, per quanto può, per quanto in realtà possa interessare al capitano Schrank.
E c'è un ballo, che serve come copertura per dichiarare guerra, e c'è Maria, da poco sbarcata in America, sotto l'ala protettrice del boss degli Shark Bernardo, e c'è Tony, che dai Jets sembra uscito -per quanto possibile-, ha messo la testa apposto ma ora la perde per Maria, dalla pelle più scura, dalla parte del nemico.
Siamo in un musical, e questo colpo di fulmine repentino e totalizzante è giustificabile, siamo in un musical, e la leggerezza, la velocità, è di casa.
Siamo in un musical, ma non sempre significa perdersi in note e parole, ma qui succede, qui c'è una magia che dura a distanza di 50 anni e più, che dalla leggerezza sognante iniziale, porta alla tragedia finale.
È una rilettura pop, moderna ma non contemporanea, di Romeo e Giulietta, inutile aspettarsi il lieto fine, anche se quell'inizio, quei colori, quell'amore, lo facevano sperare.
Fa così più male, sembra ancora più stupido il battersi fra gang, il morire per una strada, un quartiere, per non poter convivere pacificamente con gli altri, sfortunati come noi.


E se non è moderno questo, come messaggio, non so cosa potrebbe esserlo.
Le musiche, bè, quelle sono eterne.
Riconoscibili anche a chi West Side Story non l'ha mai visto, ora hanno però un significato altro, messe nel loro contesto diventano ancora più romantiche (Maria), allegre (I feel pretty), a loro modo malinconiche (America).
Mi sono poi innamorata della bellezza di Natalie Wood/Maria (un po' meno -ad essere onesti- della sua voce, doppiata però da Marni Nixon), della leggerezza nelle danze di George Chakiris/Bernardo, degli occhi magnetici di Richard Beymer/Tony (ancora lontani da incutere timore nelle vesti di Benjamin Horne in Twin Peaks), dell'energia che sprigiona Rita Moreno/Anita.
Mi sono innamorata dei riferimenti che scopro solo ora ripresi da La La Land -ovviamente- e da Big Fish.
C'ho messo i miei anni a recuperarlo, ma ancora quelle arie, quelle parole, risuonano nella mia testa, le fischietterei, se solo sapessi fischiettare, e mi piace immaginarmi danzare leggera e leggiadra fra le strade di New York, immaginando quell'America di immigrati e immigrazione, di amori che nascono, di amicizie che restano.


Regia Jerome Robbins, Robert Wise
Sceneggiatura Ernest Lehman, Jerome Robbins, Arthur Laurents
Musiche Leonard Bernstein
Cast Natalie Wood, Richard Beymer, Rita Moreno, George Chakiris
Voto: ☕☕☕☕☕/5

6 commenti:

  1. Visto tanti anni fa su Studio Universal e adorato, nonostante la poca pazienza verso i film lunghi e datati.

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    1. Poca pazienza anch'io per i film lunghi, soprattutto se da vedere prima di una partenza agitata, ma mi sono lasciata incantare, e trasportare da musiche davvero indimenticabili!

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  2. io l'ho registrai dalla televisione anni fa, nei primi anni novanta, e mi piacque subito ^_^

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    1. Un colpo di fulmine anche per me, anche se a scoppio parecchio ritardato.

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  3. Uno dei musical più belli di tutti i tempi.
    Grandioso dall'inizio alla fine.
    Concordo in pieno.

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    1. Quell'inizio per entrare in atmosfera e quel finale tragico che non mi aspettavo fanno ora parte di me. Era ora.

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