27 giugno 2018

L'Atelier

Andiamo al Cinema

Ci sono film che solo i francesi possono permettersi di fare.
Film intellettuali, decisamente snob e quasi elitari che partono da un'idea altrettanto intellettuale: uno stage di scrittura creativa, tenuto da una scrittrice parigina di successo, a giovani selezionati della città portuale di La Ciotat. Il compito è quello di capire come nasce un romanzo, e di scriverlo, ambientandolo nella loro città, nel porto, costruendo assieme una trama, poi i capitoli, le descrizioni, le scene.
Un soggetto già di per sé "alto" da cui partire per un film, ancor più se quel romanzo interessa poco in realtà, interessano quei giovani che allo stage partecipano, quella scrittrice che cerca di spronarli e spronarsi, e soprattutto il misterioso Antoine, che più degli altri ha le idee chiare -per quanto estreme- che sa scrivere.



Antoine che cura il suo aspetto fisico tra sole, nuotate, esercizi fisici, Antoine solitario anche in mezzo a quegli amici idioti che si lasciano affascinare dalle idee più di destra, Antoine che provoca, accetta le provocazioni, dice quel che pensa anche se quel che pensa è sbagliato ma è in fondo lo specchio di una società come quella francese colpita da due attentati e che convive con più etnie. Anche lì, al tavolo di quello stage, i francesi han più colori.
L'ossessione che Antoine inizia a provare verso quell'insegnante che gli dà contro ma elogia quanto scrive, diventa poco a poco reciproca, con Olivia interessata a lui, che su lui indaga e registra, forse per senso del dovere, forse per trarne una storia. Chi lo sa.
Con gli eventi che precipatano e quel romanzo di cui sempre meno ci importa, si capisce che Laurent Cantet i giovani di oggi -ancora- vuole mostrarci, giovani annoiati e stretti ormai in quei paesini poco abitati, rimasti fermi nella loro economia, nei ricordi, giovani che cercano altre radici, a differenza di chi le radici le ha altrove ma qui si trova bene.


In un esercizio che è anche un esercizio di scrittura, con l'attenzione che si palleggia tra Antoine e Olivia, si perde però lo spettatore, che si aspetta una svolta diversa, più alla Ozon, magari.
A tratti sopraffatti dai tanti litigi, a volte annoiati da scontri e tranche de vie, si perde il filo, si perde la corposità, cala l'attenzione.
A stagliarsi sulla scena altamente estiva e afosa, il giovane esordiente Matthieu Lucci, bello in modo inquietante, come solo i francesi, anche in questo caso, sanno essere.
Riconciliante in un finale che è un anticlimax, quel che resta, allora, non è un romanzo poliziesco lasciato a metà, ma una lettera, a cuore aperto, su paure e frustrazioni di un giovane, che sono quanto mai universali. Non solo francesi.

Voto: ☕☕/5

4 commenti:

  1. Mi ispirava tanta, troppa antipatia, ma se si parla di romanzi...

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    1. Si parla di scrittura, almeno un po', ma poi si accantona tutto per seguire l'ossessione reciproca dei protagonisti e parlare così di politica... Più che antipatia, un film così intellettuale in cui l'attenzione finisce per calare.

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  2. Di questo L'atelier sapevo solo che era il nuovo di Laurent Cantet, e adesso so anche che è una visione ben poco consigliata.
    Posso però esimermi dal vedere un film francese così tanto radical-chic e pseudo intellettuale? :)

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    1. Difficile trovare in questo momento un film più intellettuale e radical chic. Il protagonista ha il suo perchè, ma la noia e il calo di attenzione sono davvero in agguato.

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