4 dicembre 2016

La Domenica Scrivo - Cinema

Come è cominciata, non lo so.
So solo che è iniziata gradualmente, con qualche sintomo, qualche piccola stranezza che doveva suonare come un campanello d'allarme, e che invece ho lasciato correre, fino allo stato attuale.
Dovevo capirlo, dovevano capirlo, che andare in videoteca da sola, noleggiare film sempre più strani, sempre più sconosciuti, qualcosa voleva significare. Così, anche da sola, anche senza la scusa di un film da vedere in compagnia tutti sul divano con ciotola di popcorn da dividere.
La cosa si è aggravata abbastanza velocemente, con una nuova religione che si è insinuata tra le pagine dell'immancabile TV Sorrisi & Canzoni, quelle stelline a far le veci dell'oracolo, a scandire i pomeriggi infiniti passati davanti Rete4 e il suo grande classico, che si sono presto trasformati in notti passate sul divano per registrare quell'altro classico che Rete4 mandava in onda a tarda serata, con la speranza che il VHS fosse abbastanza lungo per farci stare anche tutta la pubblicità del caso, con la sveglia puntata anche alle 3 di notte per non perdere il film misconosciuto presentato da Ghezzi su Rai3.
Perché no, va a capire perché, la programmazione del videoregistratore esiste ma nessuno l'ha mai saputa usare.
A questo punto, non c'era più niente da fare.
La malattia era incurabile, l'assuefazione impossibile da fermare.
Ero una drogata di cinema.



Ed è stato naturale assecondare questo mio bisogno iscrivendomi senza ben sapere come e perché, a Venezia, in una facoltà di lettere con indirizzo cinema, tralasciando le altre arti che no, non avranno mai su di me lo stesso influsso.
Tra alti e bassi, corsi interessanti e corsi farlocchi, una tesi che sento ancora come la migliore delle cose che ho scritto (la potete leggere QUI), poi ho trasferito il tutto, me compresa, a Padova, alla ricerca di nuove sfide che in realtà si sono rivelate un altro corso dove di corsi farlocchi ce n'erano, e un'altra tesi che resta la seconda delle cose migliori che ho scritto (QUI).
L'assuefazione, continuava, e poco importava se sbocchi non erano previsti, se tutti scuotevano la testa invidiosi ma anche disprezzanti al sapere che la maggior parte delle mie lezioni consistevano nel vedere film.
Sì, anche quello era studiare.
Ed è strano, allora, che la fase finale di questa malattia sia arrivata così tardi, trasferendo la magia di vedere un film per la prima volta, con la magia di vederlo su grande schermo.
Prima, al cinema, c'andavo poco, forse ero più povera, forse mi accontentavo e aspettavo.
Ora no.
Ora c'è quasi un decalogo, una tradizione da rispettare, tra ansia per l'orario, il biglietto che può finire, può essere in un posto pessimo, e le valutazione del caso tra v.o., saletta in cui andare, ora, giorno che sia.
Il tutto finisce, o forse è meglio dire inizia, al buio di una sala dove posso lasciare fuori i problemi, le paturnie, con la sensazione che ci vuole una certa predisposizione, che ho, per amare quel buio, il non mostrarsi, il non essere protagonista, l'amare il silenzio e la solitudine che una sala richiede.
E così, la malattia ha proseguito il corso, ingrandendosi, ingigantendosi, mostrandosi sotto forma di liste infinite, di titoli che non smetteranno mai di accumularsi, come per i libri, come tutto quello che è sapere.
E la domanda, se tutto questo ha senso, se sperare di vivere di cinema sia possibile, pur facendolo già, in qualche modo, tace davanti ad opere che lasciano senza fiato, davanti a una semplice inquadratura, davanti ad un dialogo, una frase, una parola, che fanno breccia nel cuore e lo distruggono ancora una volta.
Davanti a piccole curiosità, scoperte in piccole sale, osservando, ascoltando una vecchio proiettore cinematografico e le sue storie, rimanendo a bocca aperta, con il sorriso stampato, per aneddoti, verità, tecniche, che nemmeno all'università mi avevano spiegato.
Perché il cinema continua ad essere una scoperta, sempre.
Guarire, allora, sembra impossibile, e il cinema diventa quella malattia, quella droga, di cui non si può più fare a meno.

6 commenti:

  1. Tantissime cose in comune e troppi ricordi in questo post, tra VHS, videoteche e colpi di fulmine (recenti, questi ultimi) all'università. Ricordo quella volta in cui avevo impostato il videoregistratore e tutto - io avevo un'ossesione verso le guide tivù, quindi sapevo dirti per filo e per segno gli orari dei film trasmessi in seconda serata - e mio padre, cambiando canale all'ultimo, aveva fatto sì che registrassi una cosa per un'altra. E non c'erano lo streaming, le repliche e, magari, neanche quel film lì in videoteca. Davo il via al piantonamento, fino alla successiva messa in onda. :)

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    1. La cosa peggiore che poteva capitarmi era registrare un film, guardarmelo il giorno dopo, e scoprire che la cassetta causa ritardi della programmazione e troppa pubblicità, era finita prima della fine. Avevo due VHS chilometriche destinate ai grandi classici di Rete4 per questo motivo.
      Bei vecchi tempi ;)

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  2. Il classico detto 'cinema è vita' l'hai fatto tuo, in più fai quello che ti riesce meglio perciò continua così ;)

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    1. Grazie Pietro! Continuerò, stanne certo.

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  3. Il paragone con la malattia e con la droga è più che mai azzeccato.
    Si inizia con poco, e poi la situazione peggiora sempre di più.
    Sembra che non abbiano ancora trovato una cura. Per fortuna... :)

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    1. E nemmeno è possibile l'assuefazione, ne vogliamo sempre di più di (buon) cinema!

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