13 maggio 2026

It's Never Over, Jeff Buckley

Andiamo al Cinema

In una Hollywood che cannibalizza ogni biografia di ogni musicista più o meno interessante, il fatto che non ce ne fosse ancora una su Jeff Buckley sembrava strano.
Il merito va invece a Mary Guibert, la madre di Jeff e custode della sua memoria, capace di dire no prima a Brad Pitt, poi a Amy J. Berg nella scrittura di un biopic sul figlio.
A Berg ha però permesso di raccontare la storia sotto forma di documentario, il genere in cui Berg è specializzata, rimandando al futuro il suo salto verso la finzione, concedendole l'accesso a filmati, fotografie, registrazioni e ricordi privati di una storia così speciale e così tragica che sembra già scritta se non per un film, per un documentario.
Era speciale Jeff Buckley, e basta l'unico album che è riuscito a pubblicare per dimostrarlo.


Una storia che sembra scritta per essere un film, tragica e veloce. La storia di Jeff, nato da una madre che era ancora un'adolescente e da un musicista troppo innamorato della sua musica per crescerlo, un Tim Buckley che vedrà per una sola volta nella vita, per un solo weekend, nell'anno in cui morirà a soli 28 anni. Cresciuto con il fantasma del padre, con il suo debutto ufficiale nel mondo della musica ad avvenire proprio in una cerimonia a ricordarlo, quel padre, con la sua voce, la sua cover, a stregare i presenti e una bravura musicale innata, una bravura nel canto tanto quanto nella composizione, da trovare nel Village degli anni '90 il suo habitat naturale, tanto da fare di un piccolo bar una Mecca in cui produttori e manager sgomitano pur di metterlo sotto contratto.
E poi le pressioni verso quel contratto, verso l'album da registrare, le canzoni da comporre e il tour infinito lungo due anni in cui suonare e suonare e suonare. Nel mentre l'amore, quello verso una madre di cui si è sempre sentito il protettore, l'amore da favola, ingenuo e spensierato, con Rebecca Moore e quello artistico con Joan Wasser, e in mezzo gli amici che ne osservano il genio all'opera quanto la tristezza in fondo al cuore. E poi quando tutto si ferma, quando il mondo chiede ancora, quando un secondo album è preteso, il bisogno di silenzio, o di mettersi in pausa, di trovare ispirazione o forse quell'aiuto che gli manca, e infine, quel finale tragico che resta senza risposte e lascia solo un grande vuoto.


Una storia che a raccontarla sembra uscire da un romanzo, simile ma allo steso tempo unica rispetto alle vite di tante star che si bruciano in fretta, con il talento e la bellezza e la fragilità dalla loro.
Berg racconta una storia nota lasciando parlare Jeff e la sua musica, intervistando le sue donne (Guibert, Moore, Wasser) e i suoi amici, mostrando la reverenza nei suoi confronti dei colleghi (Ben Harper, Aimee Mann, Chris Cornell), e scavando in un archivio di fotografie e video che ce lo restituiscono in tutta la sua fragile bellezza. Acerbo e incantevole, sul palco del Sin-é, scatenato a Glastonbury, folle nella creazione di storie. Di Spinach The Cat vorrei sapere di più, vorrei sapere tutto.
È un documentario rispettoso quello che ne esce, un documentario che segue cronologicamente la vita di Jeff e in cui a parlare più delle interviste brevi e malinconiche, più dei tentativi di capirlo e di spiegarlo, sono le canzoni, sono le sue esibizioni, sono le parole di chi c'era e di chi è rimasto.
Impossibile trattenere le lacrime, ma anche la pelle d'oca, per una voce, una storia, una persona che se n'è andata troppo in fretta, lasciandoci un solo, bellissimo, album.

Voto: ☕☕☕☕/5

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