22 maggio 2026

Undertone

Se la bellezza sta negli occhi di chi guarda, la paura sta nell'orecchio di chi ascolta. 
Concedetemi questo incipit ad effetto per un film che sta facendo parlare l'internet da qualche settimana.
Un film piccolo, canadese, girato in una casa che è quella di famiglia del regista, un regista giovane che ha preso la sua esperienza di accudimento dei genitori malati terminali per renderla un film horror, un film horror con solo due attrici in scena, una figlia podcaster con sensi di colpa e una madre in fin di vita, devota e silenziosa.
Ma in scena, con loro, ci sono le voci. 
Quelle reali, dell'amico e collega Justin, che con Evy produce e conduce un podcast che si avventura nel paranormale, e quelle di Mike e Jessa in file audio che sono arrivati nella loro casella mail e sembrano nascondere più di un mistero. Justin è lo spaventato e credulone che cerca nel folclore e nelle leggende metropolitane appigli per rendere misteriose le loro puntate, Evy è la pragmatica e scientifica dei due, che cerca spiegazioni razionali anche se con la storia di Jessa che parla di notte e di Mike che la registra, inizia a vacillare.


Colpa del senso di colpa, verso quella madre che con la sua religiosità sente distante, colpa di una relazione che non sembra andare da nessuna parte nonostante una novità in arrivo, colpa dell'isolamento e della privazione del sonno e di un fuso orario che la vuole sveglia nell'ora delle streghe? 
Perché poi ci sono le voci irreali, le suggestioni, gli EVP, le tensioni che crescono e aumentano man mano che si va avanti nell'ascolto dei file audio e nella registrazione del podcast.
Ian Tuason lascia allo spettatore il compito di suggestionarsi, di credere o non credere, di spaventarsi o non spaventarsi. Tuason tiene però il ritmo, tiene la tensione, caricando il film sulle spalle di Nina Kiri, ma soprattutto gestendo bene gli spazi di una casa che sa essere sinistra con i suoi vuoti e i suoi pieni, i suoi coni d'ombra e le sue stanze buie, muovendo la macchina da presa in modo da riuscire a dare azione a un momento che solitamente ne è privo come l'ascolto.


Siamo lì, alle spalle e con Evy, in un doppio ascolto, in un doppio gioco che rende il suo isolarsi pericoloso e il nostro perderci con lei più attento, non solo alle voci, ai suoni, ma anche alle ombre di quella casa. Basta poco a Tuason per spaventarci, basta una luce che si accende, un rubinetto che perde, un cappotto appeso nel buio, facendo di quel corridoio oltre la porta del salotto, una porta verso l'ignoto che lentamente inizia a spaventare più della casa di Evy stessa.
Quello che fa, è puntare ancora una volta sul tema della maternità, un tema fin troppo caro all'horror degli ultimi anni, ma qui la chiave si amplia, con una figlia che non è pronta ad abbandonare un ruolo che le è sempre stato stretto, e abbracciarne uno in cui si sente scomodo e non pronta. Da qui, evocazioni che potrebbero essere liberazioni più che condanne.


Gioca bene le sue carte, Tuason, tra folclore inglese e filastrocche per bambini, messaggi nascosti e quelle frasi ripetute che sanno sempre spaventare. Anche se cerchi di non crederci.
Presentato con fermento al Sundance e comprato dall'A24 che ne ha preteso il ridoppiaggio, puntando sulla voce fresca e nota di Adam DiMarco per avere quell'appeal necessario al pubblico dell'A24.
Il fenomeno del momento sta tutto qui, in un film che prende spunto dallo strapotere dei podcast di oggi, e li vira verso l'horror come un tempo si è fatto con VHS e telecamerine.
Furbo ma riuscito, di paura me ne ha messa anche troppa.

Voto: ☕☕/5

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