Mondo Serial
Corrono veloce, a volte troppo, urlano e divertono ma riescono anche a commuovere.
Tra mafia, basket e psicologia, sono recuperi consigliati:
Big Mistakes
Tutto parte da una collana rubata.
Una collana da regalare a una nonna morente che crea scompiglio in una famiglia scompigliata dove pullulano le gelosie e le invidie, una collana che pur camuffata dentro un 24/7 qualunque era di gran valore e appartenente alla mafia russa locale.
Quella collana - devono ritrovarla, ne va della loro vita e anche se Nicky è un vicario apertamente gay che nasconde la sua relazione stabile e Morgan è un'insegnante infelice in una relazione non troppo felice con quel sogno mai realizzato di sfondare a New York a bloccarla ancora, è una vita a cui tengono.
Inaspettatamente, Morgan si trova bene nella parte della gangster, dello scagnozzo che deve regolare conti e chiedere favori, Nicky un po' meno, agitato e in ansia com'è, pur ritrovando quella collana, diventano i tuttofare di un mafioso che forse non è così potente, che cerca di espandere il suo territorio il tutto con la madre Linda che concorre come sindaco della cittadina cercando di rigare dritto.
Dan Levy torna alla serialità e lo fa con quel piglio volutamente confuso e esagerato e urlato che già aveva contraddistinto Shitt's Creek. Qui rende meno centrale la famiglia e più interessante il rapporto fra due fratelli che non si sentono capiti e amati dalla madre, e anche se ci mette un po' a ingranare, con episodi riempitivi e raggiri di facile soluzione, si arriva al finale soddisfatti perlomeno da un colpo di scena non troppo prevedibile.
Alla creazione c'è pure la starlette Rachel Sennott, con la seconda stagione confermata la sensazione è che la posta in gioco si alzerà.
Running Point - Stagione 2
La prima stagione era stata una ventata di freschezza in cui mescolare sport e romanticismo, con la penna di Mindy Kaling e la presenza di Kate Hudson a garantire pure un umorismo intelligente e riferimenti pop buffi.
La formula rimane invariata, ma in questo secondo campionato da Presidente dei The Waves, si mette fin troppa carne al fuoco.
Da un matrimonio che non s'ha da fare a nuovi allenatori e giocatori da assicurarsi, con le scaramucce con Ali che se ne va e poi torna, a vincere è una certa fretta.
Una fretta eccessiva nel risolvere questioni e presto dimenticarle che non rendono onore a nessuno. Dieci anni di matrimonio e tutto finisce in una sera e il giorno dopo si pensa ad altro?
Un'amicizia dai tempi del college e basta un'offerta e poi uno scusa e licenziarsi in velocità?
La partecipazione a un reality può minare una storia per cui si era fatto il tifo e poi una dose di erotismo focoso passa giocando a basket?
Purtroppo anche il basket resta fuori dallo schermo, con pochi scorci di partite e allenamenti probabilmente per contenere i soldi (andati di sicuro per lo stylist di Hudson) e per riuscire a darci un finale adrenalinico che come il miglior basket riesce a esaltare.
Ma si corre davvero troppo in fretta in una stagione che non sa che direzione prendere e le prende tutte, cercando di dare spazio a tutta la famiglia Gordon con il redivivo Cam a tessere i suoi piani per riprendersi la squadra a fare da leitmotiv orizzontale, sacrificando così vuoi Ray Romano, vuoi Jackie che a tutto ci aveva introdotto.
Meno verticalità e più orizzontalità, questo ci vorrebbe, che con quello che è successo in 10 episodi se ne potevano fare 30.
Pur azzeccando i toni e le battute e i personaggi, Running Point sembra spesso mancare il punto.
Shrinking - Stagione 3
Potrei scrivere più o meno le stesse cose sulla terza stagione di Shrinking cambiando giusto la penna del creatore Bill Lawrence, campione di dramedy.
Non tanto però sulla velocità di una serie che ha finalmente capito il suo ritmo, quanto per una coralità ricercata e espansa a troppi personaggi che toglie fiato e peso alle loro storie (il destino in sospeso di Derek non ce lo meritavamo).
Siamo sempre ad affrontare un lutto che come delle onde torna e se ne va, siamo in una stagione di passaggio dopo quella in cui si erano calibrati i tempi, che vede Jimmy cercare di farcela da solo ora che la figlia deve partire per il college e gli amici tra paternità, pensionamento e lavoro sembrano prendere la loro strada, ma siamo anche con un Jimmy che ha questioni irrisolte con il padre e che di rimettersi in gioco in amore non sembra pronto.
Ma pur caotica e confusa, pur esagerando nel caratterizzare la matriarca Christa Miller o la senza filtri Jessica Williams (sull'incapacità recitativa di Brett Goldstein non mi esprimo, già temo la commedia romantica con J.Lo in arrivo su Netflix), a vincere è sempre lui: Harrison Ford, che trova in Michael J. Fox un compagno con cui mandare in quel posto il Parkinson e rivedere le priorità della sua vita.
Basta un woof per rubare la scena, e anche se si vede una certa fatica a stare dietro alla comicità sopra le righe dei colleghi, con un monologo finale stende tutti.
C'è sempre quel tassello mancante, quella coerenza dei toni e della recitazione a lasciarmi un passo indietro rispetto al valore della serie, che più che nelle parti comedy facilone e stralunate, funzionano i momenti più lacrimevoli, dove Jason Segel con il suo faccione malinconico non ha rivali.
La prossima sarà una stagione diversa che vede tutti i personaggi crescere e trovare una nuova strada, ormai una seconda famiglia allargata e esagerata che con quello che racconta in una sola stagione, poteva farne almeno altre tre.
Sono i tempi moderni, baby, dove tutto corre in fretta, più di me.
Voto: ☕☕½/5



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