5 settembre 2013

Venezia 70 - Nona Giornata

Questa lunga nona giornata è segnata dalla presenza in concorso del cinema italiano, che presenta un film così così e uno molto più riuscito.
Ma l'emozione più intrigante è stata quella di ieri sera, non tanto per quanto visto, quanto per chi...

Une Promesse
Io ci proverò ad essere obiettiva ma dubito già di riuscirci.
Perchè?
Perchè il protagonista dell'ultimo lavoro di Patrice Leconte presentato fuori concorso è quel gran pezzo di... ragazzo di Richard Madden.
Chi è Richard Madden?
E' niente di meno che il re del Nord, che tanto ha fatto palpitare il mio cuoricino ne Il trono di spade.
Capite quindi che vederlo in tutta la sua bellezza ammaliante su grande schermo, e in tutta la sua eleganza in sala possa aver sviato un po' i miei giudizi.
Perchè, in fondo in fondo, Une Promesse è una pellicola semplice, un film in costume su una tormentata storia d'amore che sopravviverà alla Grande Guerra arrivando a un inevitabile lieto fine alla faccia dei drammi di Downton Abbey. E film così se ne sono visti e se ne vedranno a migliaia, ma, come Philomena insegna, questi amori tormentati sono sempre belli e se la regia regala inquadrature da sogno e il cast appare quanto mai affiatato -con (anche) una bellissima Rebecca Hall e un sempre grande Alan Rickman- la visione scorre via piacevolmente.


L'Intrepido
Gianni Amelio arriva a Venezia e viene accolto da fischi clamorosi dalla stampa e da applausi scroscianti dal pubblico. Questo almeno è successo nelle prime proiezioni. 
Io non mi sento di schierarmi con nessuno dei due partiti, piazzandomi invece nel mezzo perchè, seppur partendo da buone idee, il film risulta comunque pasticciato e confuso, soprattutto nella sua seconda parte.
Il protagonista è un Antonio Albanese mattatore, uomo di mezza età che pur di uscire di casa e guadagnare qualcosa fa il rimpiazzo, ovvero sostituisce in qualunque lavoro (dal cuoco all'autista di tram, dal muratore al venditore di rose) chi se ne deve assentare per qualche ora o giorno.
La sua vita prosegue così immersa in un buonismo e in un ottimismo quasi ingenui, cercando di contagiare un figlio difficile ma dal grande talento musicale, e un'amica -o qualcosa di più- che conosce per caso. Come detto però queste storie ad un certo punto finiscono per confondere, o meglio, non vengono approfondite a dovere, lasciando invece ampio spazio alla versatilità del protagonista. Il risultato è quindi qualcosa di un po' forzato, che non  ha certo il suo fiore all'occhiello nelle interpretazioni, con un Albanese un po' troppo tirato e i due comprimari esordienti troppo enfatici e drammatici. 
Nì.


Stray Dogs
Il mio sentiero verso l'approfondimento del cinema orientale continua, causa altro film in concorso nella competizione ufficiale.
Lo dico? Lo dico. Sono uscita dalla sala provata, irritata e appesantita dai 138 minuti che compongono l'ultimo lavoro di Tsai Ming Liang. La trama risicata e l'ennesimo film basato su un montaggio di scene quasi esclusivamente a camera fissa ha esaurito ogni mia energia e nemmeno me la sono sentita di applaudire visto che, se volete un riassunto, questo è quello che succede: 

figli che girovagano per un supermercato-padre cartellone umano-madre lavora nel supermercato-padre cartellone umano-figli e padre mangiano-figli e padre si lavano-vanno a letto-madre dà da mangiare a cani abbandonati-padre cartellone umano-madre lava la figlia-padre beve-padre mangia cavolo/bambola della figlia-padre vuole scappare in barca con i figli-madre li salva-vanno a vivere insieme in una casa ammuffita-15 minuti di padre e madre che guardano nella stessa direzione.

Non sembra troppo ispirante, vero? Soprattutto se si pensa che ogni scena dura almeno 5 minuti...
Sta di fatto che dopo questa iniziale orticaria, a rimanere dentro sono state le belle immagini che compongono il film, la fotografia splendida, quei dialoghi rari-la spiegazione della casa ammuffita- e quel finale che nonostante la lunghezza infinita riesce a rappresentare la battaglia emotiva che i due genitori stanno affrontando nel modo migliore.
Dire che l'ho amato è troppo, ma qualcosa di notevole c'è. Oltre non posso davvero andare.


Sacro GRA
Quello di Gianfranco Rosi non è propriamente un documentario, anche se la struttura ben si avvicina. 
Non è nemmeno un film di finzione visto che gli attori vestono i panni di loro stessi. 
E' un mettere insieme le vite di chi affolla e circonda il Gran Raccordo Anulare, immergendosi nel loro quotidiano e nelle loro attività. Ci troviamo così dentro un'ambulanza, a combattere il pericoloso punteruolo rosso, ai margini della strada e dentro palazzoni soffocanti assieme a un universo di personalità ironiche e geniali, tra vecchi saggi e nobili decaduti.
Quello che ne esce è un altro lato di Roma, che va inevitabilmente a confrontarsi con quello da cartolina e da togliere il fiato di Sorrentino e la sua Grande Bellezza, mostrando una città dal punto di vista della sua periferia, che risulta così molto più vera e umana.
Si ride quindi, e si scoprono delle persone genuine nel loro habitat naturale.


12 commenti:

  1. Il primo é imperdibile quindi! :)

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    1. Per far palpitare il nostro cuoricino romantico, sì!

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  2. Lisa... anche Rebecca Hall e' un bel pezzo di... ragazza, pero' il film di Leconte restituisce la stessa passione di un romanzo Harmony :)
    Riguardo 'Sacro Gra', devo dire che mi e' piaciuto ma Rosi in carriera ha fstto di meglio: Below Sea Level, visto a Venezia quattro anni fa, in questa edizione avrebbe vinto il Leone d'oro a mani basse. Che invece pare andra' a Tsai-Ming-Liang, 138 minuti di camera fissa che addormenterebbero un toro...

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    1. Io spero in un colpo di coda e nella sanità mentale di Bertolucci. Basta Leoni d'oro in oriente!

      p.s.: ammetto i grossi limiti di Une promesse, ma al cuor non si comanda :)

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  3. L'intrepido e Sacro Gra me li vorrei vedere

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    1. Film partenopei, eh? Aspetto il tuo giudizio su entrambi, allora!

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  4. "Non sembra troppo ispirante, vero? Soprattutto se si pensa che ogni scena dura almeno 5 minuti... Sta di fatto che dopo questa iniziale orticaria, a rimanere dentro sono state le belle immagini che compongono il film, la fotografia splendida, quei dialoghi rari-la spiegazione della casa ammuffita- e quel finale che nonostante la lunghezza infinita riesce a rappresentare la battaglia emotiva che i due genitori stanno affrontando nel modo migliore. Dire che l'ho amato è troppo, ma qualcosa di notevole c'è. Oltre non posso davvero andare."
    Complimenti, hai ridotto un capolavoro immenso a una decina di righe scritte, evidentemente, sotto metadone.

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    1. ... che vinca o che non vinca, potrò dire di averlo visto e apprezzato. Di certo non mi sottoporrò più alla sua visione :)

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    2. No, quello non è apprezzare. Quello è andare al cinema, non capire il film ma avere il coraggio di scriverne sopra due righe giusto per (di)mostrare di averlo visto. "Stray dogs" richiede impegno e disciplina per essere decifrato in una maniera minimamente rispettosa della fatica che Tsai ci ha profuso, e con una frase intercalata nel mezzo come "non sembra troppo ispirante, vero?" hai dimostrato tutta la carica hipster della tua parentesi minglianghiana.

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    3. Se l'ho o o meno apprezzato credo di poterlo decidere solo io, visto che comunque non mi sono limitata a dire quanto soporifero fosse, o quanti addormentati ci fossero in sala, ma sono andata oltre, anche ai miei personali pregiudizi, pensandoci soprattutto a fine visione. E quello che mi è rimasto lo ritengo davvero apprezzabile, condensato, certo, ma d'impatto.
      Sono la prima ad ammettere di avere dei problemi con il cinema orientale -e soprattutto con questi tipi di film- non voglio dimostrare nulla, sono qui per scrivere delle opinioni e come si sa, possono essere condivisibili o meno.

      p.s.: carica hipster? Ma per piacere...

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    4. Caro poor, fermo restando che ognuno ha il diritto di esprimere la sua opinione, ti dico subito che io ero tra quelli che dormivano... ho retto un'oretta poi sono uscito dalla sala perché, per dirla alla Verdone, ho lasciato le palle sulla poltrona. Dammi pure del bifolco e dell'incompetente (sicuramente lo sono) ma mi spieghi che vuol dire 'avere rispetto per la fatica che Tsai Ming Liang ha profuso'? Il rispetto non si lega a nessuno, ma se il film è una merda rimane una merda, pur con tutto l'impegno profuso (e che, lo ripeto, certamente merita rispetto). Se nella vita bastasse la volontà per raggiungere i risultati tutto sarebbe molto piu' facile... E poi sara' mai possibile che è sempre lo spettatore a non capire il film e mai il contrario?
      Ok basta cosi', ti avverto che non continuerò la discussione per non imbrattare ulteriormente la bacheca di Lisa

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    5. Sì, be', hai un blog, credo bene che non ti limiti a scrivere "Questo film era soporifero", ma questo non significa che tu non ti sia limitata nello scriverne e nell'esaminarlo, cioè pure io ne ho scritto (http://emergeredelpossibile.blogspot.it/2013/09/stray-dogs-jiaoyou.html), ma scriverne non significa fare qualche annotazione superficiale a meno che questa non sia solo un'annotazione, un qualcosa che verrà recuperato e approfondito in seguito (v. visionesospesa). Cheppoi, cosa significa avere problemi col cinema orientale? Una cinematografia così variegata come, forse, solo quella hollywoodiana riesce ad essere, come si fa a generalizzarla in questo modo?

      Kelvin, io non ho niente con chi esprime la propria opinione, ho invece delle perplessità con chi giudica e non motiva o motiva male ("quel finale che nonostante la lunghezza infinita riesce a rappresentare la battaglia emotiva che i due genitori stanno affrontando nel modo migliore": non rappresenta questo, e basterebbe aver seguito il film per capirlo). Da qui il rispetto, e l'incomprensibilità di fondo da parte dello spettatore e non del regista (il regista non capisce la propria opera? Cioè Cioè...), rispetto che non riguarda solamente questioni quali la buona volontà dall'altra parte e cose del genere, ma, fondamentalmente, la buona volontà dalla propria parte: secondo me, questo film di Tsai non può essere visto senza aver mai visto altro di Tsai, cioè c'è un percorso artistico dietro, una continuità e una contiguità. Comunque vabbé, restiamo con i Tarantino e i film del passato, ché tanto vale...

      Ah, sappi, a ogni modo, che è stato Tarkovskij a spianare la strada per questo tipo di cinema ;)

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