1 novembre 2016

Black Mirror - Stagione 3

Mondo Serial

Come fare a parlare di una serie che è già sulla bocca di tutti?
Che quei tutti, si spera, l'hanno già vista, o se non l'hanno fatta devono correre a vederla?
Difficile, ovvio, anche perché quando si parla di una serie come Black Mirror che di passi falsi in 12 episodi divisi in 3 stagioni non ne ha mai fatti, viene meno anche l'appellarsi a una stroncatura.
C'è chi ne parla come la rappresentazione del nostro futuro nemmeno troppo lontano, chi di un campanello di allarme per evitare che questo futuro si realizzi, in realtà, Black Mirror rappresenta il nostro presente.
Storpiandolo un po', il giusto, per rassicurarci e per permetterci di andare a dormire solo con una leggera ansia, ma quel futuro distopico fatto di auto elettriche, autocomandate, di tecnologia imperante, bè, è già arrivato.
Prova ne è il fatto che ci si faccia problemi a come scriverne di Black Mirror, visto che tutti, tra facebook, twitter, blog, siti, instagram pure, ne hanno già parlato.
C'è già tutto questo in questi primi 6 episodi rilasciati da Netflix che ha fatto l'ennesimo colpaccio, coinvolgendo dopo Rory Kinnear (stagione 1), Domhnaal Gleeson (stagione 2) e Jon Hamm (White Christmas), altri grandi attori come Kelly Macdonald, Bryce Dallas Howard e Mackenzie Davis, ma pure grandi registi come Joe Wright, che firma forse l'episodio migliore, o quello più d'impatto.



Ma andiamo con ordine, partendo dal fondo, da quello che in questa stagione mi è piaciuto meno.
Playtest e Men Against Fire sono in basso nella mia classifica, e probabilmente solo per il loro appartenere ad un genere: quello horror, per il primo, quello militare, per il secondo.
Difficile entrare in empatia con il giramondo Cooper, americano sui generis, tanto simpatico con la ragazza di Tinder quanto insopportabilmente ciarliero una volta entrato nel misterioso mondo di SaitoGemu: la location -una vecchia tenuta inglese-, l'esperimento sociale -lasciarlo lì, solo, con tutte le sue paure ad avverarsi- funzionano, mettendo i brividi e i sussulti necessari, ma con quel finale a matrioska, tutto si dimentica in fretta rispetto ad altre paure, altre previsioni. Di certo, ora, in aereo come dal medico, il telefono è meglio spegnerlo.
Allo stesso modo, difficile entrare in empatia con il soldato Stripe, con quel mondo fatto di uomini contro scarafaggi. Ci mette del suo, l'antipatico Michael Kelly di House of Cards. Qui, però, il messaggio resta, la metafora sull'oggi, su quei migranti scacciati, osteggiati, non voluti, è evidente. Senza bisogno di alcun filtro.
Messi da parte i nì, arrivano i pesi da novanta.


Ed è difficile metterli in ordine, decidere cosa è meglio, cosa è più forte, diretto, cosa è già qui, cosa non si fa dimenticare, tormentando.
C'è il romanticismo di San Junipero, con quell'haven on earth che non si sa se auspicare o meno, quell'amore che nasce, proibito ma non più, quel ricercarsi dentro e fuori gli anni '80. C'è la bellezza, e la bravura, di Mackenzie Davis e Gugu Mbatha-Raw. Ci sono le lacrime che scorrono inevitabili, e quel lieto fine che sembra stridere in uno specchio così nero a cui siamo abituati.
C'è la potenza e la tensione di Shut Up and Dance, quel tifare per la parte sbagliata, perché si sa che è sbagliata, quello star male, stringersi lo stomaco, di fronte a un ragazzino costretto al peggio perché il peggio in realtà è. E si soffre, oh se si soffre, sulle dolenti note dei Radiohead e la loro potente Exit music (for a film), che suona sempre giusta, sempre perfetta, anche alla fine di una corsa in cui non ci sono vincitori, c'è solo giustizia, e quel cerotto che copre la tua webcam diventa il tuo miglior amico.
C'è l'ipocrisia, la perfezione apparente di Nosedive, in un mondo fatto di like, di classifiche social, di 5 stelle. E no, la politica non c'entra. C'entra l'apparire, il mostrarsi e il ricercare consenso, e si sa, più lo si cerca, meno lo si ottiene. E si soffre per la discesa negli inferi dell'arrampicatrice Lacie, ma quando ci si accorge di questa sofferenza, si riflette, e si dice che no, quella sua discesa è la più giusta, quell'urlare, lo sporcarsi, lo sfogo di verità, è quanto di più vero ci sia, e Lacie deve sbatterci contro, urlandolo all'unisono quel Fuck You! così liberatorio.


E infine c'è l'apocalittico Hated in the Nation, in cui la morte ha le ali, sogno e incubo di tutti gli haters che popolano i social, che nelle mani si ritrovano il destino degli altri, senza rendersi davvero conto non solo di quanto tempo perdono dietro hashtag e slogan, ma anche di quanto male possono fare.
Dietro una struttura poliziesca, guidata dalla bravissima Kelly Macdonald, c'è così una denuncia e un grido di allarme, che chissà se davvero arriverà ai suoi destinatari. Di certo, una seconda parte, nella seconda parte di questa stagione, io me l'aspetto.
Finita la carrellata di episodi, resta dentro una paura, un timore, per quello che sta succedendo, per un linguaggio nuovo di cui sembriamo non conoscere le regole e i pericoli, dimenticando le potenzialità a favore della superficialità.
A fare davvero paura, è così la mente di Charlie Brooker, l'autore, lo sceneggiatore, di tutti questi nostri incubi, messi poi in scena nel migliore dei modi possibili in episodi che hanno la valenza di veri e propri film.
Per sapere cos'altro ci aspetta, basta così guardarci attorno, guardarlo attraverso uno specchio nero, e prima di fermarsi ai brividi, provare a rifletterci.


6 commenti:

  1. Recupero doverosissimo, anche se parto dalla terza e poi procedo con le precedenti. Mi avete messo la pulce nell'orecchio, ormai, ed è tardi. :)

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    1. Il bello è che puoi mescolare gli episodi ma il risultato non cambia: tutti perfetti, tutti bellissimi e generatori di ansia. Certe scene della prima stagione sono ancora ben piantate in testa, e quando la vedrai, capirai perchè ;)

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  2. Ne parlerò presto anch'io, ma posso anticipare che sul mio episodio preferito non ho alcun dubbio... :)

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    1. Se fatico a decidere il mio, di episodio, pure sul tuo non so su quale scommettere, tra i quattro in lizza ognuno ha o la musica, o la protagonista, o la storia decisamente cannibali. Staremo a vedere.

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  3. Sono fermo a White Christmas, ma presto recupererò.
    Finora, è senza dubbio una grande serie.

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    1. Non so se sono i grandi registi o i grandi attori, o il budget Netflix, ma qui si fa anche di meglio. Charlie Brooker mi fa paura.

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