Se il 1° aprile richiede una certa leggerezza, meglio cercarla in quelle serie TV comedy che negli ultimi mesi mi hanno tenuto compagnia.
Dal softball al basket, dal college alla psicoterapia d'urto, via alla carrellata:
Win or Lose
La prima serie originale Pixar, e chissà perché non avevo l'entusiasmo alle stelle.
Colpa di una Dream Productions troppo urlata, pur con le sue buone intenzioni, colpa di una pubblicità un filo aggressiva su Disney+ che la faceva pensare più per un pubblico molto, molto giovane, che anche per gli adulti come al suo solito.
Per fortuna, ha vinto la curiosità.
E così eccomi a tifare per i Pickels, squadra di softball che arriva in finale, ma prima di giocarci, beh, ogni personaggio avrà la sua storia da raccontare.
Otto episodi, otto punti di vista per capire che ognuno ha la sua battaglia interiore da combattere, e prima di giudicare dovremmo pensarci una, due, magari anche 8 volte.
C'è la figlia dell'allenatore che sente la pressione nel non essere così brava, c'è l'allenatore che di per sé sta affrontando un divorzio doloroso, c'è l'arbitro, pure, in cerca di amore, e c'è il bullo che nasconde un Io fragile, una bambina costretta a comportarsi da adulta mentre una madre sembra più interessata ai suoi follower, quando in realtà deve districarsi tra mille impegni e responsabilità e sono proprio quei follower a tirarla un po' su.
E poi c'è Kai.
Che rappresenta un po' la controversia in una serie che non aveva bisogno di controversie, ma da personaggio nato per parlare di transizione di genere è stato modificato per metterci un filo di pressione paterna nell'eccellere anche se gli indizi per dove si voleva andare a parare davvero ci sono tutti. Senza bisogno di cancellazioni, scudi alzati, proteste o scuse pubbliche.
Da queste parti si passa sopra certe polemiche per concentrarci sul risultato, che è una serie che riesce a incastrare i vari personaggi, le loro esperienze e il loro punto di vista in modo speciale.
Ribaltando giudizi e critiche, aprendo mondi.
Lo si fa nello stile Pixar, dando a ogni personaggio una particolarità stilistica e animata a rendere il lavoro dell'animazione ancora più speciale. Ormai, la contaminazione fra stili è una moda che non passa, e così abbiamo 3D e 2D, cuoricini e armature, videogiochi e emozioni che prendono il sopravvento in stile Big Mouth, ma senza la sua pruriginosità.
Insomma, abbiamo una serie che nelle sue avventure singole e in una finale al cardiopalma sa parlare ai più piccoli, ma che nel suo mostrare debolezze e sfaccettature del singolo, parla molto anche agli adulti.
Divertente e commovente, è una rivelazione originale, cosa non più così scontata con la Pixar impegnata in seguiti di seguiti e una Disney che nella sua piattaforma segue Universi sicuri.
Felice di essermi ricreduta.
Running Point
Dal softball al basket, che in TV come al cinema funziona sempre bene.
Qui poi abbiamo la mano leggera e romantica di Mindy Kaling che ripesca la regina delle rom-com Kate Hudson che si ritrova finalmente alla guida della squadra di famiglia, nonché di Los Angeles, con tutti gli sguardi puntati addosso.
Non è l'allenatrice, ma con l'allenatore deve averci a che fare, così come con giocatori dall'ego ingombrante, sponsor da accaparrarsi e con fratelli che non accettano subito la sua salita al trono, ma da direttrice sportiva ricorda un po' Ted Lasso.
Isla Gordon di basket ne sa sicuramente più di un allenatore di football che passa al calcio, ma le situazioni leggere, dense di equivoci e di personaggi ben caratterizzati si equivalgono.
L'umorismo è decisamente diverso, meno goffo e più deciso, e tra un Fuck Boston che ci sta sempre bene e un John Wick citato per un discorso motivazionale, abbiamo la nostra dose di riferimenti pop e le giuste dinamiche familiari da tifare.
Nonché degli amori di contorno a soddisfare il lato romantico del pubblico.
Se Kate è una conferma, meritano una menzione Drew Tarver (a breve parlerò di quello strano caso che è The Other Two), e gli idoleschi Scott MacArthur e Brenda Song, con Justin Theroux, che nella seconda stagione già confermata farà sicuramente più danni.
Di serie così, leggero e romantiche senza essere banali e zuccherose, c'è sempre bisogno.
Sconfort Zone
Maccio Capatonda è sempre Macio Capatonda, e qui più del solito visto che interpreta se stesso, come un moderno e poco ispirato Charlie Kaufman che non riesce a trovare idee per la nuova serie TV che deve scrivere.
Finirà per accettare i consigli e le sfide di uno psicologo poco convenzionale, che settimana dopo settimana lo porterà a perdere lavoro, dignità e fidanzata.
A me, basta la faccia di Maccio per ridere, e mi basta il suo uso assurdo di nomi e parole, dette con una certa espressione e un certo tono. Non ho faticato quindi con questa serie surreale che spinge l'asticella dell'assurdo ancor un po' più in là ripetendosi ma senza stancare in 6 episodi dalla struttura più o meno simile.
Dalla sfida impossibile al confronto con i compagni comici in sauna (Valerio Lundini, Fru e Edoardo Ferrario) con la discesa irrefrenabile nella disperazione, questa seduta psicoanalitica a telecamera accesa funziona, almeno fino a un finale non proprio soddisfacente con una sensazione di ".. e quindi?" difficile da spiegare.
Maccio è sempre Maccio, qui prova a fare più il serio e più il personale in una produzione che non sembra badare a spese, tra esterni e interni.
Ci riesce, ma qualcosa, chissà cosa, poi, sembra mancare.
Voto: ☕☕½/5
The Sex Lives of College Girls - Stagione 3
Non mi stupisce e nemmeno mi dispiace troppo vedere cancellata questa serie TV.
Non dopo questa terza stagione che gira a vuoto e che sembra aver perso ogni verve iniziale e soprattutto ogni attenzione a livello di scrittura.
Mindy Kaling, ancora tu, perché questa volta mi deludi?
Si parlava in leggerezza di giovani donne al college, di sesso e di avventure, con una certa semplicità e una certa dose di disinibizione.
Insomma, una comedy goliardica che però i suoi personaggi li conosceva bene, li faceva crescere e scontrare con la vita in un'amicizia a quattro fra quattro personalità molto diverse.
Le ritroviamo Bela, Whitney, Kimberley e Whitney e non sembrano più loro.
Non sembra più lei questa serie che costruisce relazioni e introduce personaggi per poi salutarli dopo appena un paio di episodi, in una prevedibilità imbarazzante di situazioni e di conseguenze che mi chiedo com'è che si sia caduti così in basso.
Si saluta Reneé Rapp, beniamina dei fan a mia insaputa, e si introduce un personaggio che almeno fisicamente sembra la sua fotocopia, pur facendosi avanti così tante storie d'amore e di sesso, che si perde il conto e l'interesse.
Manca un focus, pure Bela che viveva per diventare una comica, sembra dimenticarlo prima di arrivare al finale che resterà tronco.
Per una serie che sembra più interessata a proporre party a tema e look esagerati per le sue protagoniste che non uno sviluppo come si deve, la cancellazione è quasi d'obbligo.
Voto: ☕☕/5
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