La Settimana Horror
Continua a fare film strani, Damian McCarthy.
Continua ad ambientarli nella sua Irlanda dove il folklore, le leggende, si tingono d'orrore.
Continua a portarci dentro le storie di personaggi tormentati, che forse cercano vendetta, forse semplicemente giustizia.
Questa volta seguiamo uno scrittore americano -Ohm Bauman, va da sé in crisi con il suo romanzo- in visita a quell'hotel nei boschi dell'Irlanda dove i genitori hanno passato la luna di miele. È lì per disperdere le loro ceneri, e lì per cercare di togliersi di dosso un peso, un fantasma, che sembra perseguitarlo.
Ma lì, in quell'hotel, troverà un altro fantasma con cui fare i conti, che sembra occupare la suite tenuta sotto chiave, che sembra la risposta nel capire che fine ha fatto quella cameriera tanto gentile che gli ha salvato la vita.
È così che ancora una volta Damian McCarthy ci tende una trappola: non è tanto il fantasma che ossessiona Ohm a interessarci, lateralmente, certo, e con una rivelazione che fa raggelare, ma è quello che succede dopo il suo tentato suicidio, quello che succede chiuso in quella suite mentre cerca di capire che fine ha fatto Fiona ma allo stesso tempo di sopravvivere ai suoi fantasmi e a quelli fin troppo minacciosi che sembrano abitare un hotel in chiusura.
Adam Scott ci ha preso gusto a interpretare personaggi tormentati e solitari e pure un po' stronzi, e qui si muove solitario e ingegnoso, diffidente e spaventato e stronzo aumentando la sensazione di paura nello spettatore.
L'immancabile omaggio a Kubrick ci porta in un hotel altrettanto spaventoso, dove ci sono miniature, oggetti, leggende e sotterranei che ne aumentano il mistero. Come se non bastasse, ci sono gli sterni, ci sono i boschi irlandesi e chi li abita. Insomma, i personaggi strani, inquietanti, sinistri non mancano.
È come sempre una questione di suoni, di scorci e di luci, di odori anche, e di materia, pure, di tempismi mancati e di insperati soccorsi con la realtà a fare quasi più paura del folklore.
O forse no, perché quando il folklore si rivela essere reale, fa decisamente paura.
Non è un horror immediato, Hokum, è di quelli a cottura lenta, che lentamente dipanano la loro trama, che lentamente lasciano intravedere fantasmi e presenze e paure, che lentamente si spiegano, senza bisogno di molte parole, basta un flashback, quasi onirico, basta un audio, sofferto, per mettere a tacere i dubbi. Importa l'orrore e il terrore, il senso di colpa e il bisogno di espiare, il peso da togliersi e la possibilità di cambiare il finale di una storia, anche la propria.
Poi, certo, ci sono jumpscares ad effetto, e i costumi da coniglio si sa che hanno terrorizzato una generazione.
Affascinante e capace di terrorizzare, Damian McCarthy si conferma un regista nelle mie corde, anche quando gioca con se stesso in un titolo che sembra una formula magica e in realtà si traduce come "qualcosa di non vero, inventato, privo di senso o una trovata teatrale/comica di cattivo gusto".
Il gusto è invece ottimo, e sì, Caveat è già nei miei radar.
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| Grado di paura espresso in Leone Cane Fifone: 3 Leoni su 5 |




Io purtroppo mi sono annoiato parecchio. Visto e rivisto, peccato.
RispondiEliminaCome rielaborare temi classici dell'Horror in modo intenso, ho gradito questa storia alla Stephen King in salsa irlandese ,-) Cheers
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