18 settembre 2026

Serpenti

Andiamo al Cinema

Paola Marra ha ucciso la moglie.
Ce lo confessa da subito, ce lo confessa a casa sua dopo aver pulito e riordinato e deciso di fare quella che pensa essere la cosa giusta: costituirsi.
Ammetterà la sua colpa, aspettandosi una pena, alla guardiola di polizia ricevendo invece un modulo da compilare e un'estenuante attesa prima di capire e farci capire che la vita non è certo un film.
Non ci sono sirene, appostamenti, non ci sono manette strette e celle gelide in cui essere sbattuti, non c'è una punizione, solo una sospensione del tempo, della realtà, della giustizia anche.


Come dentro a un livello di un videogioco senza fine, Paolo Marra passa di mano in mano, di corridoio in corridoio alle prese con piccoli problemi di burocrazia e grandi deficit di sicurezza, dal poliziotto con il mal di testa che prova a fare l'empatico soffermandosi su dettagli ininfluenti all'avvocato che cerca di scagionarlo fino ad arrivare a una cartomante che lo inquadra, lo definisce, riscrivendo il suo destino.
Un destino non certo da eroe, come forse sperava, ma reo confesso di un femminicidio diventa per assurdo il personaggio per cui si prova pena ritrovandosi al cospetto di personaggi che sembrano peggiori di lui, in un girone infernale in cui gli è permesso più volte uscire alla faccia delle prove da non inquinare e della possibilità di fuga che gli viene concessa.


Una commedia amara e grottesca come tristemente grottesca sa essere la realtà, perché pur ridendo di un Alessandro Borghi che fa il duro e che si interessa di chiavi e di puntigliosità, pur alzando gli occhi davanti a Pietro Castellitto che reinventa i fatti a suo favore e pur guardando con sospetto Valeria Golino che legge il passato e indirizza il futuro, dietro queste risate c'è la consapevolezza che probabilmente le cose stanno davvero così, tra impreparazione generale e scarsa propensione al lavoro di chi dovrebbe far scorrere la giustizia.
I fratelli D'Innocenzo scrivono il loro ritratto di un'Italia macchiettistica e finto borghese, dove il più genuino fra i personaggi è un omicida pronto a prendersi le sue colpe e soprattutto in attesa di una punizione, e che invece avrà il massimo delle attenzioni quando salirà in autobus senza biglietto.
E poi dicono che il karma non esiste.


Chiusi dentro una caserma spoglia, aggirandoci fra bar e ferramenta di periferia con il tempo che sembra sospeso, Roberto De Paolis firma quella che viene già definita la commedia dell'anno.
Presentata a Venezia nel gran giorno degli Oasis (e di Nanni Moretti) è riuscita a imporsi dal piccolo lato della Sala Giardino in cui è stata proiettata, complice il passaparola e i nomi coinvolti, mettendo da parte quasi fosse una nuova punizione, il caratterista e protagonista Leonardo Lidi che invece sulla scena si impone oscurando i modi coatti di Borghi, il fare affabulatorio di Castellitto e la stregoneria di Golino, facendosi spalla, più che protagonista, pur rimanendo il suo sguardo spaesato quello a cui aderiamo.
Lo sguardo di un colpevole che si fa accusatore, per assurdo.

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