II romanzo di Mary Shelley è sempre stato materiale perfetto per Guillermo del Toro.
Un racconto gotico, di mostri creati e di mostri umani, il rapporto complesso di una creatura con il suo creatore e il bisogno di entrambi di amore.
Era facile immaginarlo plasmato dalla sua mente, ora che può permettersi il rischio di adattare un classico, e spiace iniziare parlando di delusione.
Colpa delle aspettative? Probabilmente sì, vuoi per il cast, vuoi semplicemente per come inevitabilmente ci si poteva immaginarlo, questo Frankenstein di del Toro: nero, gotico, cupo e con un mostro capace di incutere timore.
Mi ritrovo invece davanti a un film grande che non è un grande film, con effetti speciali digitali che fanno rimpiangere ancora una volta quelli artigianali, con la solita fotografia finta e plastica e desaturata che non si discosta dagli innumerevoli film fotografati allo stesso modo.
Queste le pecche dal lato tecnico.
La sceneggiatura si compone invece di due parti: il racconto di Victor Frankenstein, le sue origini e la sua trasformazione in dottore pazzo, e quello della sua creatura, dalle sue origini alla sua trasformazione in umano che si sente solo.
Da un figlio odiato dal padre a un padre che odia suo figlio, che si scaglia contro di lui con violenza quando basterebbe l'amore, la pazienza, per essere fieri di quanto si è creato.
La storia, in fondo, è sempre quella, e del Toro la approfondisce, si prende i suoi tempi riempiedoli anche di scene d'azione sanguinolente e cruente, arrivando in modo tragico al finale nel circolo polare artico che si fa invece frettoloso. Manca il pathos, manca il climax, ed è un peccato, perché svuota quanto costruito, rompe l'epica che si sentiva in questo lungo racconto a più voci, che è un racconto nel racconto di per sé.
E il cast? Se Oscar Isaac è un genio maledetto riuscito, se Mia Goth poteva funzionare meglio ma ha di certo i costumi migliori, sorvolando su Christoph Waltz imprigionato negli stessi ruoli, si arriva a Jacob Elordi nascosto da trucco e protesi è una Creatura diversa dall'immaginario classico, meno spaventosa e più fragile, e con la sua statura imponente, con il suo fisico da invidia anche se ricoperto da cicatrici, fa pensare inevitabilmente a Nosferatu. Condividono lo stesso destino due racconti classici riportati in sala da due registi di culto: soffrono delle aspettative, di una storia ormai nota, di un lato tecnico preciso ma non esaltante, di un cast giusto con riserve e di un entusiasmo che purtroppo non decolla.
Non ci sono più i mostri di una volta, e in una sceneggiatura che come Netflix vuole accompagna lo spettatore per mano, tra metafore poco sottili e dialoghi che tutti spiegano senza lasciare spazio ai gesti, almeno quella di del Toro tra sangue, morte e vendetta, è un inno alla vita.
Nessun commento:
Posta un commento