À pied d'œuvre
Quanto si è disposti a sacrificarsi, per amore dell'arte?
Paul, lasciato il lavoro sicuro di fotografo, cerca di vivere come scrittore.
Un esordio di successo, un secondo romanzo che ha venduto poco e ora un terzo che viene rifiutato. Aggiungici un divorzio, i figli che seguono la madre a Montreal, e Paul si ritrova alla soglia della povertà a occupare un monolocale buio e ad arrangiarsi con piccoli lavori da tuttofare sottopagati per avere il tempo di scrivere. Mangia male, riposa peggio, riflette sulla sua scelta che si fa umiliante e radicale, preoccupando i genitori come i figli.
Ma Paul non si fa problemi, fa lo scrittore anche quando non scrive, osserva chi un lavoro glielo offre, chi lo paga, chi lo accoglie nella sua casa. E prende appunti, per quello che diventerà un romanzo che tocca chi l'artista vuole esserlo e vuole viverci. Viene facile fare il paragone con No Other Choice, anche perché presentato uno dopo l'altro, ma se per Park Chan-Wook l'unica scelta era la vendetta, è passava per il sangue, per Valerie Donzelli sta nella remissiva scelta di farsi da parte, di accettare quel che trova, che sia un lavoro che distrugge il suo fisico o la beneficenza di persona con cuore. Vero, di questi tempi viene da dire che è facile far provare pena per un intellettuale bianco e a suo modo affascinante nella Parigi di periferia, una critica facile per una Donzelli che vuole ancora una volta scuotere coscienze, anche se chi lotta assieme a Paul, chi accetta lavori sottopagati, chi raccimola quel che può non certo oer libertà ma per necessità, resta in ombra.
Mother
Madre Teresa non era certo una santa.
E Teona Strugar Mitevska ce lo dimostra in un film che prende solo 7 giorni, quelli più densi di crisi e di decisioni, quelli che la vedono aspettare una lettera di approvazione per il suo ordine, con le regole da scrivere, da divulgare.
Un carattere tosto, che si scontra con la realtà
Non solo quella di un'India alle prese con la povertà e la fame, ma anche quella interno al suo ordine, con la collega di fiducia che annuncia una gravidanza e la decisione da prendere a sancire i dubbi di fede, di morale che da una suora, una santa, non ti aspetti.
Sette giorni, che si alternano con una certa pesantezza perché non basta il piglio anticonvenzionale scelto, non basta una canzone punk a rendere il film accattivante e purtroppo non bastano nemmeno le ottime prove della trasformista Noomi Rapace e Sylvia Hoeks a fare funzionare un film che vuole essere la sineddoche di un personaggio su cui ci sarebbe troppo da dire e su cui, in fondo, poco riesce a dire.
Orphan
László Nemes continua a scavare nella memoria del suo Paese.
Dopo Il figlio di Saul, dopo Tramonto, ci porta nell'Ungheria del dopoguerra, quella in cui gli orfani ebrei devono ricongiungersi con i genitori, se ancora ci sono, e crescono sotto il loro ricordo e struggendosi per la loro assenza.
È così per Andor che il padre nemmeno l'ha mai conosciuto, disperso e forse morto da eroe. Così gli piace pensare, e quando un macellaio burbero e violento si presenta alla porta di casa e dice di essere lui, quel padre che non ha mai avuto, lui che ha nascosto la madre in campagna e se n'è approfittato finendo per metterla incinta e lasciare la sua vera famiglia, ora.
Andor non ci sta, e si ribella e si arrabbia e fugge e medita vendetta, mentre per le strade vige il coprifuoco, i rastrellamenti sono all'ordine del giorno per soffocare ogni tentativo di ribellione e finiscono per coinvolgere anche i vicini di casa.
Chiusi in un mondo ad altezza di bambini, con le sue ossessioni e le sue fragilità, si fatica ad apprezzare un dramma che spesso corre senza sapere dove andare. Aggiungendo dramma e possibili finali.
E spiace giudicarlo così, velocemente e freddamente, anche solo per la bellezza delle immagini, per una macchina da presa che spia i protagonisti e ce li riporta con il caldo della grana del 35mm.
Mi incuriosisce soprattutto il film di Valérie Donzelli, che dopo l'adorato La guerra è dichiarata ho purtroppo perso di vista
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