Mondo Serial
Cillian Muprhy si è da tempo tirato fuori dalla partita, anche se la sceneggiatura affidata all'amico Steven Knight potrebbe ribaltare le cose.
Suo "figlio" Barry Keognah si è prenotato per essere il cattivo, semmai.
Aaron Taylor-Johnson ha i muscoli, ha l'appeal, ma sarebbe troppo "sporco" per gli standard.
Jacob Elordi nemmeno è inglese e ha l'aria troppo giovane, anche se la produzione di Amazon vorrebbe far leva proprio sui giovani.
Callum Turner, Mr. Dua Lipa, ha invece il fascino e la faccia d'altri tempi per essere la scelta giusta.
Ma c'è un altro attore non considerato dalla stampa che potrebbe essere il prossimo James Bond: Riz Ahmed.
Certo, ha origini pakistane, solleverebbe l'ennesimo polverone di rappresentazione/opportunismo di facciata, ma vedetelo in Bait e inizierete a fare il tifo per lui.
Bait è la serie che ha scritto e prodotto: 6 brevi episodi in cui interpreta Shah Latif, attore che era una grande promessa e che ora latita in filmacci di costume che nemmeno lo collocano nel giusto Stato d'origine.
La grande occasione sta nell'essere nella rosa dei provinati per James Bond, un provino importante, che rischia di sbagliare e che mette così tanta pressione da ridimensionare tutto, nella sua vita privata.
Perché Shah come molti inglesi di seconda generazione si porta sulle spalle il peso della rappresentanza, come molti attori viene preso a modello, ma non è né un amico modello né tantomeno un figlio modello. Distante da una famiglia ingombrante e soffocante, cerca in loro quel conforto che non può avere in un momento chiave della sua carriera, né tantomeno può dare, concentrato com'è solo su se stesso.
Perché in realtà Shah è insicuro, è schiavo dello sguardo degli altri, che sia quello dietro una macchina da presa, gli obbiettivi dei paparazzi o quello di fan e hater che incontra per strada e in eventi.
Le sbaglia tutte, quindi, chiuso nella sua testa e nelle sue convinzioni, rinnega amici, sputa addosso alla famiglia, e infine anche alla sua carriera.
In 6 episodi vediamo la sua discesa sempre più destabilizzante, con la testa di un maiale che diventa il suo confessore e il suo aguzzino, in un turbinio di situazioni paradossali e al limite.
L'evento delle grandi occasioni in cui imbarazzarsi per lui? Ce l'abbiamo.
La festa tradizionale in famiglia in cui iniziare a non sopportarlo? Ce l'abbiamo.
Il tutto-in-una-notte con l'ex che cerca di recuperare e che finisce per perdere? Celo, ed è ovviamente l'episodio migliore anche se la chimica tra Riz Ahmed e Ritu Arya non fa scintille.
I toni non sono sempre equilibrati, in 30 minuti appena poco si riesce ad approfondire finendo pure per girare a vuoto dentro le paranoie di un attore che vuole piacere, più che piacersi.
Si fatica a fare il tifo per Shaf e si fatica a giustificare tutte le sue scelte sbagliate tanto che il Riz Ahmed Test non verrebbe superato a pieni voti da una serie prodotta da Riz Ahmed.
Certo, non è un terrorista, non è una minaccia per il mondo occidentale e non è propriamente misogino, ma Shaf è irrazionalmente arrabbiato e superstizioso.
Nel suo essere imprevedibile e nel suo saper giocare bene le carte della regia che ci affascina con piani sequenza, carrelli e improbabili scene d'azione oniriche, Bait riesce a conquistare, chiedendo un briciolo di pazienza e puntando sulle guest star d'eccezione (Rafe Spall, Sian Clifford, Himesh Patel e soprattutto Patrick Stewart).
La serie si fa portavoce di una rappresentazione diversa, e se Interior Chinatown giocava sui ruoli secondari affidati agli attori orientali a Hollywood, qui si pungola la tradizione inglese cinematografica al suo centro, con quel James Bond che in smoking e faccia da poker, Riz Ahmed saprebbe interpretare un gran bene.
Non sembra il suo volere, e forse è meglio è così, per cui accontentiamoci di Latif, Shahjehan Latif.
Voto: ☕☕☕/5



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