Mondo Serial
Steinbeck o Faulkner?
Alle prese con i grandi classici della letteratura americana, ai tempi del liceo mi attanagliavo su chi preferivo.
Le grandi saghe, le famiglie e le generazioni a susseguirsi di Steinbeck, o i dolori, i tormenti e le innovazioni strutturali di Faulkner?
Per decidere, macinavo un titolo dopo l'altro, tra i più facili da trovare ai mercatini delle pulci con film altrettanto classici e importanti della Hollywood che fu tratti da quei romanzi.
E da qui l'altra grande domanda: guardarli questi film, o tenermi stretta la mia versione da lettura?
Lo stesso dubbio mi si è ripresentato con una miniserie Netflix, non certo la migliore delle piattaforme di questi tempi, la cui qualità produttiva sembra in caduta libera.
Ma per la sua versione de La Valle dell'Eden i nomi coinvolti sapevano stuzzicare, un cast di giovani seri e capaci come Florence Pugh, Christopher Abbott (di cui aspetto da sempre la vera esplosione), il Mike Faist che dopo Guadagnino avevo un po' perso di vista ma soprattutto Zoe Kazan alla sceneggiatura. Non solo attrice di cui sempre fidarsi vista l'indole indie, ma anche nipote di Elia Kazan che nel 1955 aveva adattato proprio questo Steinbeck.
Forte anche di una memoria che mi ha fatto dimenticare gran parte dei grovigli dei Trask e degli Hamilton e di chi gravita attorno alla loro vita, fortunata e sfortunata, fatta di scontri tra fratelli e in una natura che li vuole buoni o cattivi, in modo netto, ho voluto dargli una chance.
I sette episodi passano anche troppo velocemente, con una cura estetica e una certa gravitas che si sente negli spazi verdi e immensi del Connecticut e della California, tra boschi, fattorie, e città che si stanno costruendo. Un'attenzione che si sposta ovviamente a scenografie e arredi, con case grandi e vuote -anche d'amore- e altre ingombre per non farlo sentire quel vuoto, abiti che giocano con i ruoli e con i tessuti a raccontare di più di quei personaggi.
E poi, purtroppo, ci sono i personaggi.
Che vengono riletti con lo sguardo di oggi, a favore del pubblico Netflix, e quella gravitas, quel pathos che su carta potevano avere, si perde.
Si prende le sue libertà, Zoe Kazan, lascia respirare il complesso personaggio di Cathy, dandole un passato più traumatico, cercando così di spiegare il suo essere, le sue azioni, con motivazioni che vanno spiegate a parole, come sempre, e non solo mostrate, come a volte sarebbe meglio. Si prende il suo spazio anche Lee, il devoto domestico che cresce Cal e Aron, senza sentirsi davvero a casa, senza sentirsi parte della famiglia, se non quando il suo sogno si infrange.
Poi ci sono Charles e Adam, che crescono in fretta, forse troppo, con il primo che scompare presto dalla scena e il secondo che si assenta dalla vita, dopo uno sparo, dopo una perdita. Si corre in fretta per arrivare proprio a Cal e Aron, a protagonisti più giovani a favore proprio del pubblico Netflix, con la scelta del giovane Joseph Zara che sembra delineata per il target di spettatori che frequenta la piattaforma.
Mi rendo conto di essere entrata nella miniserie con un pregiudizio, e di essermici appigliata ad ogni alzata di sopracciglio, ad ogni grugno femminista di Florence Pugh, ad ogni sguardo sognante di Joseph Zara, ad ogni faciloneria di scontri urlati più che trattenuti, con le dinamiche di Cal e Aron che si mostrano con un paio di scene o poco più, senza farci davvero capire com'è che il destino, in famiglia Trask, si ripete. Con Christopher Abbott a fare il minimo con un personaggio di per sé immobile, stupisce, quindi, che a prevalere sia Hoon Lee, grazie ad un personaggio dalla bussola morale ben precisa, grazie a una profondità che si fa sentire ad ogni frase, ad ogni discussione, ad ogni ragionamento, facendone il vero cuore della famiglia Trask e in fondo di questa miniserie.
Il confronto con il romanzo, vista la memoria labile, non lo posso fare, posso dire che la sensazione è quella di un lavoro accurato ma frettoloso, che gioca carte facili nella scelta del casting e si prende alcune libertà anche di costumi, anche di modi di porsi che sembrano strizzare l'occhio alla facile presa del pubblico. Che non è un male, per carità, ma preferisco quando il pubblico lo si sfida non quando lo si accontenta, quando si resta aderenti a un certo pathos senza cercare la strada più facile. La divisione tra buoni e cattivi, il tormento nel sentirsi il cattivo pur cercando di essere buono, in quella natura a cui si sente di appartenere e di aver ereditato è un concetto sottolineato più volte ma in fondo mai approfondito davvero, con poche scene, pochi scontri, a doverlo definire per quei giovani che ci si crucciano. E in fondo anche per gli adulti che non li hanno cresciuti.
Dopo sette episodi divorati con troppa fretta e che mi rendo conto poco hanno lasciato, l'aspetto positivo è che con la letteratura contemporanea che mi delude quasi quanto le miniserie Netflix di oggi, è rinata la voglia di riscoprire e rileggere certi classici, certi autori.
Voto ☕☕½/5



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