2 ottobre 2026

I Figli della Scimmia

Andiamo al Cinema

Nella Mostra in cui mi ero ripromessa di vedere meno film italiani -se non in concorso- sono finita per sbagliarli quasi tutti.
Mi sono vista Una Storia speranzosa di un esordio fresco trovandoci invece molto di quel cinema vecchio e pesante che respinge il pubblico dai film italiani, Nessun Dolore con la sua retorica fuori fuoco, Rider che cerca di fare qualcosa di diverso ma risultando comunque imbarazzante nei dialoghi in rima, ma almeno ho visto Balcanica che la retorica la evita e nel suo essere asciutto e scarno ne esce vincente.
Ho saltato invece Serpenti, la commedia del momento da cui mi aspettavo un balzo in più nel boxoffice come nel passaparola e ora ho recuperato I figli della scimmia, che a Venezia nella sezione Orizzonti si è portato a casa i premi per la Miglior Sceneggiatura e per il Miglior Attore Protagonista, Riccardo Scamarcio.
Meritati, anche se di Orizzonti ho visto come sempre troppo poco.


Siamo sì in un film stretto e impegnato come sono spesso i film italiani, siamo dentro una famiglia che gestisce con amore e cura un figlio disabile, e siamo dentro una quotidianità fatta di piccoli gesti e molto impegno. Quello che ci vuole per un figlio sì adolescente ma non indipendente, a cui fare il bagno, a cui stare attenti, da portare al pronto soccorso in piena notte per una crisi ma anche da far divertire in piscina, giocando a carte, a scuola o con educatori.
Una routine che Dario inizia a guardare in modo diverso, trovando nel nipote che cresce quel figlio che forse vorrebbe, un figlio con cui parlare di grandi e piccoli problemi dell'adolescenza, di prime ragazze e primi amori, con cui andare in moto e trasmetterla la passione per la moto. Dario esce dalla sua quotidianità, esce dalla sua famiglia cercandone una di ideale rompendo così i rapporti non solo con un figlio ora trascurato, ma anche con una moglie che lo sente distante, con un fratello che si sente rimpiazzato.
Cosa vuole davvero Dario? Rivuole la sua giovinezza, rivuole speranze, o non vuole quello che ha?


Dentro il suo momento di crisi passano i giorni e passa una stagione di pioggia e di freddo, con la regia e la sceneggiatura Tommaso Landucci a mostrarci questo tranche de vie senza mai star lì a puntualizzare o a sottolineare il suo stato d'animo, lasciando parlare i silenzi e lo sguardo di Dario e di chi gli sta attorno. 
In questo è bravo Riccardo Scamarcio che lavora per sottrazione, usando la sua fisicità e la sua presenza scenica per immergersi in una quotidianità in cui un bicchiere di vino, una pasta, una guida nel traffico diventano il modo di esprimersi per il suo Dario.
Sembra quasi un film francese I Figli della Scimmia, e lo dico come un complimento, per come ci porta dentro una storia, una famiglia allargata, e per come la spia senza giudicare e senza far sentire la nostra presenza, con la natura autunnale piemontese a sottolineare un certo declino,  gli arredi ricercati a identificare la famiglia, e con la risoluzione dei problemi, del film, che avviene quasi in modo naturale. 
Senza urla, senza grandi discorsi o scene madri.


Il tocco di James Ivory alla produzione si sente anche in questo, nella scelta di una storia piccola capace di farsi grande, di un certo dolore comprensibile senza farsi moraleggianti. 
Da questa quotidianità fatta non solo di sacrifici ma anche di gioie reali, se ne esce migliori, se ne esce un po' addolorati, ma anche rinfrancati da una bellezza che anche il cinema italiano impegnato sa dimostrarsi impegnato senza essere pesante, parlando invece in punta di piedi, colpendo.

Voto: ☕☕☕/5

Nessun commento:

Posta un commento