Andiamo al Cinema
Ad Aaron Sorkin voglio sempre bene, anche quando non sembra più lui.
Colpa dell'età?
Del pubblico che si ritrova?
Sta di fatto che a rivedere The Social Network e subito dopo (ok, il giorno dopo) The Social Reckoning (non chiedete ai titolisti italiani di tradurlo, piuttosto omettono) sembra che il nostro sceneggiatore di riferimento abbia tirato il freno a mano.
Famoso per i dialoghi alla velocità della luce ma soprattutto arguti, puntuali e intelligenti, con cui ogni tanto mi consolo in un recupero lento di The West Wing (aggiornamento: sono ancora ferma alla quinta stagione, la prima senza Sorkin e si sente purtroppo), qui sembra ricordarsi com'è il pubblico di oggi, manipolato proprio dal personaggio malvagio che racconta, con una soglia dell'attenzione più bassa e un telefono a portata di mano per lasciarsi andare allo scroll infinito, dice: meglio puntualizzare, ancora e ancora, meglio tirare le somme ogni tanto, meglio rispiegare un concetto che non si sa mai, meglio rallentarli quei dialoghi arguti.
Per la verità la colpa di un Aaron Sorkin che sembra una copia bruttina di Aaron Sorkin viene da darla anche agli attori che ha scelto. Presi singolarmente Jeremy Allen White e Mikey Madison funzionano, insieme assolutamente no. Sembrano recitare a due velocità diverse, senza mai una vera chimica, senza mai adattarsi al ritmo dell'altro. Sarà la cotta di shamelesiana memoria, ma tra i due patteggio per Jeremy, che arrivato dalle trafficate cucine di Chicago ha il polso della situazione, ha la parlantina giusta senza caricarla o caricarsi, con la premio Oscar Mickey che invece esagera, soprattutto quando il peso del monologo è sulle sue spalle.
Giornalista investigativo, imbranato del mondo tech su cui deve investigare, il primo, dipendente leale di Facebook, che inizia a vedere troppe crepe attorno a sé, la seconda, dovrebbero rendere leggero un film che racconta lo smascheramento di come un'azienda è riuscita a monopolizzarci e estremizzarci, con algoritmi, codici e regole interne che ci vengono spiegate (più e più volte) dai due senza che la scintilla nei loro confronti si accenda mai davvero. Senza che le battute che si fanno, e ci fanno, vadano davvero a segno.
Ci vengono anche mostrate le ipocrisie e il pugno duro di un Mark Zuckerberg che perde il piglio antipatico di Jesse Eisenberg che non ha voluto riprendere il ruolo, consegnato quindi a Jeremy Strong che fa ancora una volta il Jeremy Strong che abbiamo imparato a odiare in Succession, solo con i capelli tinti -male- e una inespressività che inizia a venire a noia.
Alla fine la più sorkiniana di tutti si rivela essere Betty Gilpin, che prova a dare una marcia in più alle scene corali di cui è protagonista nella redazione ristretta del Wall Street Journal ma nessuno gli va dietro, lasciando anonimi stagisti e collaboratori che solitamente Sorkin sa far brillare.
Che è successo quindi, in 16 anni?
Sorkin è passato a fare il regista, mi viene da rispondere, e se la regia resta qui solida ma senza grandi guizzi, ne viene penalizzata la scrittura e la recitazione. O il polso sulla recitazione.
David Fincher non era disponibile, purtroppo, e ci si deve accontentare di un film che alla fine è semplicemente arrivato tardi. Perché hai a cuore l'inchiesta che Jeff Horwitz sta scrivendo, capisci la missione che si è data Frances Haughen, e hai un briciolo di speranza nel vedere esposte tutte le magagne di un'azienda che ha portato a una guerriglia civile nel cuore della capitale della democrazia, ma esci dalla sala e ti chiedi: cos'è cambiato in 5 anni?
Poco o niente, anzi, nonostante Haughen abbia colpito duro, abbia fatto male, perché le multe sono bazzecole, un certo Presidente qui mai nominato che quella guerriglia l'ha condivisa in diretta è stato rieletto, e con l'arrivo dell'AI a spargere ancora più fake news che portano alla radicalizzazione, il mondo è peggiorato.
Arriva tardi, quindi, arriva e non riesce a smuovere coscienze o far sapere qualcosa in più come invece aveva saputo fare The Social Network nel portarci dentro il groviglio di insicurezze di un ventenne che ha cambiato il mondo e il modo di comunicare.
I momenti buoni (le stangate in difesa del giornalismo puro) ci sono, ma si annacquano in un film a cui manca il nervo, manca la puntualità. Che è il peggiore dei mali di questi tempi che corrono in fretta.
O colpisci duro, davvero, o non arrivi a scalfire tra uno scroll e l'altro.
Voto: ☕☕½/5



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