Quanto si è bruciato Nicolas Winding Refn?
Tanto da farsi chiamare ormai solo NWR, inconsapevole che ogni suo nuovo progetto è visto come un gradino più in basso nei suoi inferi più che un suggello del suo talento.
Tante lodi per i suoi primi lavori e poi un continuo crogiolarsi su se stesso, fatto di luci al neon, ritmi rarefatti, storie ambigue di sangue e di giovani innocenti macchiate da quel sangue.
Il registro è sempre lo stesso, la ricerca per lo scandalo pure e l'interesse qui si solleva per il cast di giovani promesse scelte (Sophie Thatcher, Charles Melton, Havana Rose Liu, Kristine Froseth, Diego Calva) e per il genere horror e fiabesco che va ad omaggiare anche un certo cinema di genere.
C'era una volta in una citta futuristica fatta di buio e nebbia, un'attrice infelice.
Un'attrice non amata dal padre, tradita dalla sua migliore amica diventata sua matrigna e venerata da un'aspirante attrice che vorrebbe sostituirla, e inizia a farlo partendo dagli abiti.
Una città di nebbia e di mistero, in cui dall'alto del suo palazzo Elle assiste a un omicidio brutale, è lo spirito del soldato K che vaga alla ricerca della figlia scomparsa? È una leggenda metropolitana che prende vita mentre strane figure di un altro pianeta o universo la pungono per avere il suo sangue e compiere chissà quali esperimenti?
È un'allucinazione collettiva che ci porta nel Giappone del dopoguerra e in un futuro imprecisato e in un pianeta lontano che sembra un set malriuscito di un film altrettanto malriuscito, ma anche in una serata molto alcolica, molto licenziosa, dove tutto sembra permesso in una discoteca costruita sugli incubi rigurgitati da NWR, tra lottatori di sumo, incontri sadomaso, assassini misteriosi, spargimenti di sangue e tentazioni che devono essere represse per poi esplodere con rabbia e eros in un finale allucinante e allucinatorio.
In cui involontariamente si scoppia a ridere.
Non credo fosse questo l'effetto desiderato da NWR, uno che sembra prendersi fin troppo sul serio, che ci sa fare dietro la machina da presa e lo dimostra nella costruzione di set strani e stranianti e nella direzione di giovani attrici che sanno essere delle vergini in pericolo, delle principesse da salvare e delle temibili assassine senza soluzione di continuità.
Ci sa fare e lo sa, purtroppo, e così il film si fa compiaciuto come non mai, rallentando il ritmo, dilatando i tempi, facendone una fiaba sinistra quanto mai soporifera dove non bastano i bei volti di Sophie Thatcher, Charles Melton, Havana Rose Liu, Kristine Froseth e Diego Calva tutti decisamente troppo belli per essere davvero credibili in un film che diventa subito patinato (alle luci neon, ovviamente), non bastano i salti nel tempo e nello spazio e non basta la stranezza di una trama a farne il lavoro capace di riabilitare NWR.
Non ai miei occhi, che ancora rivorrebbero il tempo perso dietro a cowboy danesi e a quel guazzabuglio di mafia russa, cartelli messicani e yakuza giapponesi.
Sarà tornato dopo 10 anni a girare un lungometraggio, sarà tornato a vivere dopo una morte temporanea di 25 minuti, ma i tempi in cui lo si credeva il Re Mida del cinema indie sono finiti, e qui più che i brividi prevalgono gli sbadigli, anche grazie alla colonna sonora di Pino Donaggio che evoca nenie e in un chiaro e voluto omaggio al cinema horror che fu.
Riuscito? Non sono l'esperta a cui chiederlo, ma le musiche sono tra le pochissime cose da salvare e ricordare di questo strano progetto senz'anima.
Voto: ☕☕/5



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