Furies
Aveva tutte le carte per diventare il colpo di fulmine di questa Mostra.
Un heist movie libanese, femminile e politico con protagoniste due sorelle tanto chiassose quanto idolesche.
Purtroppo, il film di Rami Kodeih pecca di un ritmo altalenante e di una durata che si fa sentire, soprattutto su quel ritmo.
Ma a Dalia e Maro si vuole subito bene.
Persi come tutti i libanesi i loro risparmi in banca a causa della crisi economica, decidono di rapinarla quella banca. I soldi servono per pagare un'operazione salvavita e se non è bastato vendere gioielli, provare a vendere il proprio corpo e supplicare un direttore di banca, le due decidono di studiarla per bene quella banca, di trovare i complici giusti, e prendersi i loro soldi. E magari qualcosa di più.
Non sarà ovviamente così facile e gli ostacoli che si trovano ad affrontare sono anche troppo per reggere tutti assieme, ma la vera anima del film sono loro Daria e Malo, con i loro look accesi, la loro parlantina tagliente, la loro ironia graffiante.
E poi c'è la regia scatenata di Rami Kodeih che tra risse, inseguimenti e fughe rocambolesche riesce a entusiasmare.
Con una sforbiciata e un'aggiustatina sarei qui a gridare più forte, ma lo dico comunque: cercatelo e amatelo.
Eklipse
Le colpe dei padri non ricadranno sui figli.
I figli di una generazione spaventata dal contagio dell'AIDS, che preferiva tacere virus e malattia, tacciati e emarginati. Sembra che quel muro di silenzio stia iniziando a cadere, con gli orfani a parlare.
Siamo in alpeggio fra le alpi, siamo con due cugini impegnati ad aiutare, falciando prati, mungendo mucche, pulendo stalle. Giocano, scherzano, complici aspettano il momento clou dell'estate: un'eclissi totale del Sole.
Tutto cambia con una voce, un pettegolezzo. Non ha paura di essere contagiato Chris? Non ha paura visto che il padre di Tomy è in ospedale?
Tutto cambia, quindi, l'amicizia si rompe senza una parola, portando i due lontani, ognuno con il proprio dolore.
Deve molto ai film di Lukas Dhont, Manuel Wetscher, nel modo di raccontare e sviluppare e di stare vicino ai suoi giovani protagonisti. È un film in cui contano i gesti e gli sguardi, ancora una volta, svelando solo poco a poco la natura della trama, della malattia. In questo modo rimaniamo in allerta, come i protagonisti, cercando indizi, rassicurazioni, verità che alla fine, dolorosamente, arrivano.
I figli chiedono questo, sincerità, e la donano a una nuova generazione cercando così di lenire le proprie cicatrici.
Wetscher rende poetica un'estate di cambiamento e di crescita, in cui il buio improvviso se ne va, rischiarato dai ricordi. L'inserimento dei filmati di famiglia è il tocco biografico a rendere Eklipse una delle visioni più speciali di questa Mostra.
Queer Edward II
Regista, scrittore, pittore, e io Derek Jarman lo conoscevo come giardiniere.
Per quel Prospect Cottage realizzato fuori dalla sua casa a Dungeness
Dovevo approcciarmi al suo cinema prima o poi e l'occasione me l'ha data questo documentario che porta nel dietro le quinte caotico e politico della sua rilettura dell'opera Edward II di Marlowe.
Visto prima di partire, è un film strano a dir poco, e queer decisamente, nel rendere moderno il regno di Edoardo II tra abiti di scena e una scenografia di studio fatta di pareti di pietra e labirinti gelidi.
Un regno segnato dall'amicizia che era chiaramente qualcosa di più -amore- verso il cortigiano Gaveston, con i nobili a chiederne l'esilio prima e a complottare poi contro il loro stesso re.
Realizzato con un budget più alto del solito ma comunque risicato e prodotto dalla BBC, rifletteva il dibattito politico che scuoteva il Regno Unito nel 1991 con una legge pronta a criminalizzare gli amori omosessuali e limitarne ancora una volta le libertà.
Il dietro le quinte arriva a noi a quasi trent'anni di distanza mostrandoci il genio e l'umanità di un regista impegnato e militante, l'amore e la creatività di chi si muove dietro le quinte e ovviamente uno sguardo al contesto inglese fatto di proteste e di gesti politici.
Un documentario appassionato e puntuale, sia se ci si appresta a guardarlo per amore del cinema o per amore dell'impegno civile e che di certo invita a scoprirlo di più, nei pochi titoli che ci ha lasciato, Jarman.
Lo farò, promesso.
A Difficult Bride
Una sposa difficile, o sono i rituali a cui è costretta a renderla tale?
Deve essere perfetta, deve essere in forma, deve sottoporsi a ogni tipo di trattamento estetico per migliorare la sua pelle, le sue imperfezioni, con una suocera che la sgrida, la controlla, la vuole diversa.
E lei, cosa vuole?
Lei perde il controllo della realtà, con lo spirito di una sposa passata che sembra tormentarla tra animali viscidi e infidi che si insinuano nel suo corpo e nella sua vita.
Mi aspettavo un body horror colorato e frizzante che portasse dentro le tradizioni dei matrimoni in Bangladesh fatte di feste, lustrini, riti continui. Che stressano e portano a un forte desiderio di libertà.
Il film di Rubaiyat Hussain resta invece piatto, manca proprio quel ritmo che ci si aspetta nonostante le canzoni pop orecchiabili, nonostante i colori degli abiti sgargianti.
Il corpo che cambia prende posto qua e là ma emerge poco come urgenza con una protagonista con cui si fatica a empatizzare. Una piccola delusione.




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