Mr. Nelson did you kill people?
Il difficile rapporto con Shinya Tsukamoto iniziato ai tempi dell'università non migliora.
La sua estetica, i suoi racconti, sono sempre distanti dal mio sentire.
Questa volta vola negli Stati Uniti, per raccontare dei traumi di un marine dopo la guerra in Vietnam immergendoci in tutto il sangue, in tutti i morti e i corpi e le torture che ha vissuto.
Lo facciamo attraverso il suo percorso di guarigione accompagnato da uno psicologo che naviga pure lui alla cieca, in tempi in cui la PTSD non veniva ancora diagnosticata.
Riviviamo gli orrori e la sete per quegli orrori immerso in una giungla ancestrale, mentre il presente è fatto di notti insonni e un complicato rapporto con la moglie e il figliastro che si complica negli anni con il rischio che il trauma dell'arruolamento e della guerra si ripeta, passando di generazione in generazione.
Da qui inizia il bisogno di condividere e informare e denunciare quanto fatto, per -, un bisogno che lo porterà a girare l'America e anche il Giappone e a tornare, infine, proprio in Vietnam.
Una redenzione non facile, per un film che è sì una storia vera, ma che Tsukamoto carica della sua estetica violenta, non risparmiandoci sangue e proiettili e carne e vermi e violenza.
Non quella che fa per me , nemmeno quando con un filo di retorica di troppo, calca la mano sul ruolo di carnefici e di vittime sacrificali dei neri d'America mandati al fronte per un futuro migliore che non è certo arrivato.
Purtroppo, si può sintetizzare in niente di nuovo sul fronte del Vietnam.
Possible Love
Partiamo dal dato che sempre fa paura: 164 minuti di durata, che però non devono spaventare.
È ancora una volta un film fiume quello di Lee Chang-Dong, che ci porta, ancora una volta, dentro le contraddizioni della Corea del Sud, dove la divisione di classe e le diverse possibilità sociali si fanno evidenti.
Al centro una documentarista, ricca e arricchita, che decide di raccontare le difficoltà del mondo del lavoro, intervistando operai e famiglie operai e trovando in Mi-ok la protagonista ideale. Una donna ferita con la capacità di avere una narrazione coinvolgente, a raccontare di sé e del marito, di come si sono conosciuti, di come ha perso il lavoro, di come ha scioperato, di come la loro vita è cambiata, in peggio, ora che quel lavoro non c'è più.
È un presente precario di cui Mi-ok non si vergogna, nonostante la ricchezza sventolata da Ye-ji in una generosità che sa di carità mettendo a disagio un figlio e un marito che questa trasparenza e questa urgenza di mostrarsi non ce l'hanno.
Chi sta sfruttando chi, però?
Mi-ok che sembra affascinata da un amore impossibile, o Ye-ji che si finge vicina al popolo operaio pur potendosi permettere case vacanza, abiti di lusso e il lusso di mettersi dietro la macchina da presa?
Lee Chang-Dong racconta queste contraddizioni, in una naturalezza che sembra sì documentaristica, ma con un intrigo di coppie e di sentimenti che coinvolge.
Non pesano i discorsi su sindacati e diritti dei lavoratori, non pesano le confessioni politiche e romantiche, le bevute e le cantate e le sfide che ci si lancia.
È un messaggio forte su come sta cambiando l'economia, lasciando gli ultimi sempre più in basso in un film certamente non facile da vendere ma che si fa importante, e lucido.
Tra amori impossibili, lavori precari siamo testimoni assieme a una luna che illumina ogni situazione, e un bambino che può tirare in sospiro per un amore possibile.
15/18 - A place to heal
Cédric Kahn ci porta dentro il reparto di psichiatria minorile del sistema pubblico francese.
Ragazzi traumatizzati, disagiati, aspiranti suicidi e psicotici di vario tipo, lì per cercare di stare meglio, lì perché fuori non trovano il loro posto.
Veniamo accompagnati da Lucia, che ritorna per l'ennesima volta con il suo carico di cicatrici e con il suo carattere travolgente, ma anche da un dottorando al suo primo turno pieno di un entusiasmo che presto deve fare i conti con la realtà.
Fatta di scatti d'ira improvvisi e di molte urla, fatta di incontri mortificanti con genitori che non sembrano interessarsi ai loro figli.
Il film resta dentro il reparto, mostrando come cambiano le dinamiche di gruppo tra partenze e arrivi per poi, all'improvviso, spostarsi fuori, in una fuga non prevista, in un bosco che diventa casa provvisoria ma anche slancio per sciogliere finalmente un trauma difficile.
Il cambio di ambientazione e la perdita del gruppo, fa perdere punti anche a un film che vive e respira grazie agli ottimi giovani interpreti che Kahn ha trovato, che rende speciale -anche se non originale- un film chiuso dentro un reparto.
Unknown Woman
Se tra i pochi film presentati diretti da registe donne è stato selezionato il film della danese May el-Toukhy significa che davvero c'era poco su cui puntare.
Non voglio farne una questione di genere, meglio farne una questione di genere cinematografico.
Che è quello del dopoguerra e delle cicatrici che ha lasciato, con una lenta ricostruzione che passa con il mettere a tacere quanto fatto in guerra, mentre si cercano colpevoli e si umiliano su pubblica piazza.
Marie al suo destino è riuscita a nasconderlo, trovando lavoro come tata da un ricco industriale, che ora si appresta a sposare.
Ma non si sfugge al proprio passato e con sempre più donne amanti dei tedeschi a essere prese, rasate e denudate in piazza, la sua sicurezza vacilla.
Vediamo la paura nei suoi occhi, vediamo il dolore in cicatrici anche fisiche che non se ne vanno e il suo rapporto con gli altri, con il futuro sposo, con le future ex colleghe di palazzo, con sé stessa anche, cambiare.
Mathilde Arcel, pur brava, non sembra avere la luce o i modi per imporsi come protagonista, in una normalità che funziona a contrasto con il mondo in cui cerca di fare parte.
Il corpo della donna usato per sopravvivere, per punire, in un messaggio di sentenze frettolose, di rastrellamenti e di sensi di colpa.
Una denuncia che fa eco ai giorni nostri pur rimanendo inscatolata in quella rigidità e in quella freddezza sempre tipica dei film sul dopoguerra che, purtroppo, finiscono per assomigliarsi sempre tutti.




Nessun commento:
Posta un commento