12 febbraio 2019

In Breve: Russian Doll | Barry

Russian Doll

Le prende sul serio, Netflix, le serie che va a produrre.
Conosce i suoi pesci -noi, abbonati- e sa cosa proporci: teen drama un po' più educativi e profondi del solito (Tredici, Sex Education), guilty pleasure letterari (You), storie vere di veri boss (Narcos), amarcord degli anni '80 (Stranger Things e Glow).
Insomma, sa che ha a che fare con nostalgici, che a certi stili e tratti vuole un gran bene.
E cosa c'è di più classico, di più adorabile, del tornare indietro nel tempo? Di ripetere in continuazione sempre la stessa giornata?
Come già Bill Murray, come poi Drew Barrymore, come puntate classiche di telefilm andati (Buffy, Doctor Who), anche Russian Doll si basa sulla ripetizione, sul tornare sempre a quella festa organizzata per il suo 36esimo compleanno, e sempre si conclude con lei, Nadia, che muore. In circostanze diverse, in momenti diversi.



Lei, Nadia, bene non sta. Piuttosto egocentrica e senza peli sulla lingua, ha lasciato il fidanzato/amante, non disdegna il sesso occasionale, ha perso il gatto e fuma un'infinita quantità di sigarette. Non di cancro muore, però, ma investita da un taxi, cadendo dalle scale, cadendo dalle scale ancora una volta, finendo in un tombino, soffocata dall'osso di un pollo, ecc. ecc.
È la droga che ha fumato a incatenarla a questo eterno ritorno?
È il palazzo ebraico in cui la festa si tiene ad essere infestato?
È malata mentalmente, instabile, proprio come la madre che non c'è più e di cui ora è più vecchia?
Quello che scopre, è che non è l'unica a non morire e a ritornare al punto di partenza, in un ascensore (che va da sé sta per precipitare) conosce John, simile a lei, come lei apparentemente immortale.

Ed è solo da qui, dal terzo episodio in poi, che Russian Doll inizia a macinare, a farsi volere bene, a smettere di essere un semplice Natasha Lyonne Show (che, a pelle, continua a farmi antipatia), cercando insieme al timido, impostato Yul Vazquez di venire a capo dei loro problemi, cercando una soluzione comune che ha a che fare (va di nuovo per sé) con il karma.
Se solo metà degli 8 episodi funziona, qualcosa non va. Resta il fatto che Russian Doll come tante altre serie Netflix sia fatta ad uso e consumo del binge watching, per essere gustata e goduta, presto archiviata, senza lasciare troppo traccia.
Si ride, si fa scorta di riferimenti e frecciatine alla pop culture e alla politica di oggi, si resta con Harry Nilsson e la sua Gotta Get Up a risuonare nella testa, pensando allo strazio e alla bellezza dei tanti ciak girati simili ma non uguali.
Basta? Facciamo di sì.
Anche perché di Amy Poehler e Chloe Sevigny ci si fida più che della Lyonne.

Voto: ☕☕½/5
Barry

Vincitrice di più Emmy (miglior attore e attore non protagonista nella categoria comedy), Barry era la comedy che ti mancava.
Ma sarà per quegli Emmy, sarà per le aspettative che nel mentre ti eri fatta, qualcosa di più te lo immaginavi.
Non che non ci sia del genio in un sicario che si ricicla come attore in una Los Angeles di disperati sognatori, non che Bill Hader non sia perfetto nella sua aria stralunata, capace di uccidere a sangue freddo ma incapace di stare sul palco. Non che non sia una gioia, poi, ritrovare in forma il vecchio Fonzie Henry Winkler, ma qualcosa manca, il guizzo, forse, la giusta scintilla.


Si ride, però, fra bande di ceceni sanguinarie a cui manca però qualche neurone.
Si soffre, per un amore non corrisposto di Barry per l'approfittatrice Sally, mancata Naomi Watts.
Tra patti e omicidi commissionati, scorrono veloci gli 8 episodi di questa prima stagione, con un omicidio da risolvere che mostra anche le lacune della polizia, come dentro a una barzelletta classica.
E aspetti: che qualcosa cambi, di abituarti a questo strano humour nero e seriamente demenziale, ma arrivi alla fine e niente, nemmeno quel colpo di scena, quel salto in avanti, ti fa fremere.
Una possibilità gliela concedi ancora a Barry, in attesa di tempi migliori.

Voto: ☕☕½/5

9 commenti:

  1. Del primo ho visto il pilot ieri e niente, non mi è piaciuto. Potrei resistere.

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    1. La fortuna è che è breve e indolore, non lascia il segno, non si farà ricordare, ma si lascia guardare senza troppi problemi.

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  2. Mi sono detto: Oh che bello! Otto episodi da venti minuti con la Nicky di “Orange” in versione “Giorno della marmotta” alla Bill Murray. Il problema è che da due settimane sono incastrato nel giorno del compleanno della protagonista, senza riuscire ad arrivare alla fine di quelli otto miseri episodi da venti minuti l’uno. Sarà finito in un loop anche io? Ti ringrazio per avermi confermato che questa serie, non è tutta questa gran cosa. Cheers!

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    1. Io devo ringraziare il tempo libero in più e la riproduzione automatica di Netflix. Li si consuma senza troppa pesantezza, ma se c'è di meglio da fare/vedere, non reggono.

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  3. Ho visto solo i primi tre episodi di Russian Doll ed è carina! Ciò che mi lascia perplessa è che la serie è vietata ai minori di 18 anni (perché lei fuma uno spinello con forse dentro cocaina e muore più volte?) mentre una serie creepy come You che eleva lo stalking a vero amore vietato ai minori di 14. Mah

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    1. Non sapevo che anche su Netflix esistesse la censura, facilmente aggirabile immagino. Mah. In entrambi i casi, non ne capisco il motivo ché di droga e morti violente è pieno lo streaming ;)

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  4. Più che censura il divieto. Non so la versione italiana, ma quella inglese mette sempre il divieto e Russian Doll si è beccato il divieto dei 18. Ma infatti! Poi adesso è uscita una nuova serie super creepy, Dirty John ed è vietata ai minori di 14 anni. Ooookay, vaaaa beeene!

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  5. Anche per me Russian Doll funziona dal terzo episodio in poi. Io tutto sommato però vedo il bicchiere mezzo pieno. Un po' discontinua, ma con i suoi ottimi momenti e l'impresa di riuscire a fare qualcosa di valido a partire dall'ormai abusato schema di Ricomincio da capo non è da sottovalutare.

    Barry a me ha convinto decisamente. Sarà che non nutrivo enormi aspettative, ma è riuscita a sorprendermi, forse più per la sua componente drammatica che non per quella comedy...

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    1. Sono le aspettative che mi fregano, o il bisogno di volere qualcosa di più. In realtà sono due ottime serie che si lasciano guardare, ma non ricordare.

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