28 febbraio 2025

A Real Pain

 Andiamo al Cinema

La strana coppia in viaggio.
Uno molto timido, riservato, precisino e ansioso, anche.
L'altro sicuro di sé, libero, capace di far amicizia con tutti e di non farsi problemi.
Uno che invidia l'altro, in ogni sfumatura possibile, l'altro che dietro il suo fare piacione nasconde un dolore che prima o poi verrà a galla.
Un canovaccio già visto e già sentito.
Due amici, due fratelli, due colleghi, che si rapportano con gli altri e infine con loro stessi.
In questo caso: due cugini, cresciuti insieme e che ora, adulti, vivono due vite separate che si ritrovano in viaggio per onorare la nonna.
Un viaggio tutt'altro che spensierato, verso la Polonia, da dove la nonna è emigrata per gli Stati Uniti sopravvivendo all'Olocausto.
È un viaggio organizzato, con altri partecipanti interessati alla storia degli ebrei polacchi, con il loro bagaglio di ferite e speranze e una guida chiamata ad accompagnarli, a gestire le tensioni di un gruppo che deve condividere la pagina più nera della nostra Storia.


Ci mette appena 5 minuti Jesse Eisenberg per farci capire con chi avremo a che fare.
Con il suo David che lascia messaggi a raffica, che ha l'itinerario stampato, gli snack preparati da casa, e che si sottomette volentieri ma volentieri detesta il fare noncurante del Benji di Kieran Culkin, che si muove nell'aeroporto e nel mondo stringendo amicizie e non preoccupandosi delle regole, che si fa amare e odiare con una facilità disarmante.
Proviamo il disagio che David prova, come lui ci sentiamo in dovere di scusarci per come Benji manipola il gruppo, si fa aspettare, eccede nell'esprimere le sue impressioni e i suoi sentimenti. E allo stesso tempo, lo invidiamo, per come si prende la scena, per come sa capire, risolvere e aggiustare una situazione.
Ma dietro un'interpretazione che sembra fin troppo facile per uno come Kieran Culkin, che porta se stesso, porta pure un po' di Roman Roy in Benji, c'è quello sguardo che si rompe, quel buio che appanna, quel dolore, vero, che non si sa come far uscire in tappe storiche e tragiche, in hotel e mezzi di trasporto. E che viene spiegato in una cena ad alto tasso di verità.


Quello dei cugini Kaplan è un viaggio che non riconcilia, che forse non cambia come aveva sperato quella nonna che li ha foraggiati.
In fondo, sono la terza generazione di una famiglia emigrata, quelli che il dolore e il sacrificio non l'hanno conosciuto in prima persona ma devono comunque farci i conti tra sensi di colpa e di inferiorità.
Come una guida che snocciola fatti, manca il senso di realtà di una comunità, di una popolazione e in fondo anche di un rapporto incrinato che nemmeno uno schiaffo ben assestato può riportare nei giusti binari.
Jesse Eisenberg alla seconda prova da regista torna a indagare sui sottili e complicati legami familiari, sull'elaborazione delle proprie speranze sul futuro, su un egoismo salvifico e un perdersi con facilità.
Lo fa partendo dai suoi stessi racconti, che pubblica e snocciola continuamente nelle riviste americane di settore, mostrando una capacità di analisi della nostra società e della sua personalità in una scrittura precisa, che mescola comico a drammatico e che sotto la sua regia dalle influenze indie e europee sorregge la sceneggiatura senza strafare.
Vien strano pensare che aveva ritagliato per sé il ruolo di Benji, distante dal suo essere, come a voler per una volta essere quello cool della situazione.
Per fortuna gli amici gli hanno consigliato di non eccedere nella recitazione dovendo seguire anche la regia, e soprattutto, per fortuna la sorella lo ha consigliato di ingaggiare Culkin, perfetto per il ruolo ma anche pronto a dare forfait per paura di impegno e un personaggio simile. Come in una realtà che imita la finzione, oggi si trova a essere il favorito nella notte degli Oscar come attore non protagonista, con già in tasca tutti i premi più importanti della stagione.


Un road movie atipico, per il viaggio interiore e nel passato che mostra e per quella sensazione che qualcosa sia rotto, forse per sempre. Qualcosa si è capito, ma non basta per rimettere insieme i pezzi e lasciar andare il passato, il futuro.
Benji è il sole e il buio del film, capace di illuminare una scena e di affossarla con il temperamento imprevedibile di un personaggio mai macchiettistico, ma sfaccettato.
Il dolore, quello vero, emerge in uno sguardo, in una lacrima, in una dimenticanza.
Uno sguardo che sembrava comico apre il film, che si chiude come un cerchio facendo molto più male.

Voto: ☕☕½/5

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