7 settembre 2024

Venezia 81 - Gli ultimi film in concorso

Ainda Estou Aqui 

Brasile, 1971
Anni di arresti e torture, di desaparecidos che come nel resto del Sudamerica portano dolore e nessuna risposta a centinaia di famiglie. 
Fra queste quella di Marcelo Rubens Paiva, padre e marito rispettato, che sparisce nel nulla dopo un arresto. Sta alla moglie mantenere dopo un mese di carcere in piedi i pezzi, proteggere i più piccoli, dare battaglia affinché la verità si conosca. 

Venezia 81 - I Film Italiani #2

Diva Futura

La formula Groenlandia è ormai collaudata e sta diventando un genere a sé nel cinema italiano. Prendere un personaggio folle della storia italiana, raccontarci anche una parte di storia italiana e farlo in modo finalmente pop e giovanile 
Sotto la lente d'ingrandimento di Giulia Louise Steirgerwalt finisce Riccardo Schicchi, il rivoluzionario del sesso, l'inventore delle porno star, colui che le ha portate in prima serata, se non in Parlamento.


Lo interpreta un Pietro Castellitto decisamente a suo agio nei panni del guascone intelligente, sempre impegnato a seguire una nuova idea, un nuovo investimento, circondato dal sesso ma non ossessionato dal sesso. A raccontarcelo, però, è l'occhio timido della sua segretaria che tutto pensava tranne di dover gestire gatti, pitoni, conigli e mandati di perquisizione. 
Come da copione, la storia viaggia leggera tra battute e situazioni assurde, mostrandoci i lati privati di Moana, Eva e Ilona e mettendoci quello zucchero che Supersex non aveva, impegnata nel lato torbido del porno. Il film viaggia anche troppo avanti e indietro nel tempo, senza una bussola in funzione, ma resta una rilettura pop e femminile che farà furore su Netflix, su un sesso e una visione del sesso che chissà dove si è persa.

Iddu

Se il cinema giovane riesce ad andare a Venezia, certo cinema italiano resta ancorato ai soliti temi: dopo la guerra, la mafia.
La cattura di Matteo Messina Denaro sarà sicuramente materiale di chissà quanti film e fiction a venire, Fabio Grassadoma e Antonio Piazza nel mentre raccontano uno dei tanti momenti in cui si pensava di essere a un passo dalla cattura grazie a un preside uscito di prigione e disposto a collaborare, stanandolo grazie alla cultura e alle lodi.


Purtroppo nemmeno le intepretazioni a puntino di Elio Germano e Toni Servillo fanno più notizia, in un copione stanco e poco originale che ruota attorno al potere e ai cliché di poliziotti arrabbiati e corrotti, con momenti comici che sono in realtà imbarazzanti.
Si salva l'eleganza di Barbara Bobulova, in uno spreco di talenti e risorse, per un film che nulla di nuovo aggiunge.

Il Tempo che ci vuole

Francesca Comencini si è presa il suo tempo. Se qualche anno fa tutti i grandi registi hanno raccontato la loro infanzia e il loro innamoramento con il cinema, lei figlia d'arte lo racconta ora, fuori concorso a Venezia.
Un racconto naturale e che va a scavare nei piccoli e grandi traumi della sua vita accanto al padre, Luigi.
Da bambina, spaventata dal pescecane di Pinocchio e poi sul set dello sceneggiato, fino al suo periodo complicato con le droghe. Il padre è sempre lì, ombra pesante e presente, che con i gesti, con le parole, cerca di guidarla, rasserenarla, farle capire la sua strada.


È un confronto continuo e chiaramente terapeutico in una storia personale che riesce in parte a essere universale. Sono confessioni e richieste di aiuto che si muovono fra Roma, Parigi e Napoli. 
Le inventive, gli omaggi, ci sono ovviamente. Ma il più lo fanno gli attori, il solito gigante Fabrizio Gifuni che recita anche con le mani, e la promettente Romana Maggiora Vergano. Sullo sfondo c'è l'Italia degli anni di piombo, ma si resta negli interni, in case piene di cultura che si cerca di trasmettere e con cui comunicare.
Una storia personale, certo, ma anche una storia di cinema che riesce nonostante una certa propensione al melenso, a commuovere.

L'Orto Americano

Pupi Avati torna nel racconto horror e il risultato rasenta il ridicolo.
Scelto chissà perché come film di chiusura di questa Mostra, relegando così il secondo capitolo di Horizon a due misere proiezioni in sale molto tristi, L'Orto Americano è un giallo dalle tinte fosche ambientato nel dopoguerra ferrarese e nel Midwest più anonimo tratto dal suo omonimo romanzo.


Uno scrittore con poteri sensitivi si ritrova in appena un secondo innamorato di un'infermiera americana e a indagare sulla sua scomparsa per aiutare una madre morente, una sorella invidiosa e soprattutto il suo cuore. Finirà per seguire il processo di un serial killer che le donne le fa a pezzi, in una discesa verso la miseria dell'Italia e degli italiani che sopravvivono come possono alle loro pulsioni.
La scena scult è servita sotto formaldeide e difficilmente la dimenticherò, e anche se Filippo Scotti crede nei tormenti di questo giovane scrittore, passando da un tono all'altro, da un racconto all'altro, spostandosi senza problemi dall'America alle rive del Po c'è così poca coesione e così tanto imbarazzo che poco si salva.
Nemmeno il bianco e nero molto posticcio a richiamare i drammi d'epoca.
Che chiusura, signori.

6 settembre 2024

Venezia 81 - M-Il figlio del secolo

Che il titolo migliore di questa Mostra del cinema sia una serie TV la dice lunga sulla selezione e forse anche sul momento del cinema oggi. Con i mezzi televisivi che competono e i nomi giusti che gli si affidano per poter approfondire.
Che la serie in questione sia quella dedicata all'ascesa al potere di Benito Mussolini la dice lunga sui tempi che stiamo vivendo, sul bisogno di capire, sventare, aprire gli occhi nei confronti dei pericoli che ci circondano.
Joe Wright, così come Antonio Scurati, sono chiari nel fare dei parallelismi sulla situazione politica di oggi. Non solo italiana.


Otto episodi che saranno su Sky nel 2025 che partono dalla formazione del partito fascista alla sua legittimazione in Parlamento dopo il silenzio sul delitto Matteotti.
Un'ascesa frenetica, così come è frenetica la regia di Joe Wright che non si contiene, non si risparmia, in un ritmo che è dato dal montaggio, in un'inventiva che non si risparmia in mezzi, in sovraimpressioni, teatrini e esperimenti.
E poi, ovviamente, c'è lui. 
C'è Mussolini, c'è Luca Marinelli che si trasforma in modo incredibile e che incarna un Duce che tanto fa paura quanto risulta ridicolo in un'ascesa fatta di patti, di ripensamenti, di facciate e maschere a giustificare la sua sete personale di potere. Si ritrova a dover tenere a bada la banda di cani che lo ha sostenuto, a vendere gli amici, ad abbandonare la moglie e a essere abbandonato dall'amante, in un siparietto che tanto fa ridere quanto fa riflettere, perché al potere c'è arrivato e c'è rimasto.
Sfonda la quarta parete, Marinelli, tra occhiatacce e commenti, facendo di Mussolini un omuncolo nudo di fronte ai nostri occhi, spogliandolo dell'aurea imperiale di cui si è circondato.
Il resto del cast non è da meno, e una menzione particolare se la meritano Francesco Russo, consigliere e spalla comica, e Barbara Chichiarelli amante dalle grandi visioni che lo ha creato.

Otto episodi, con una prima parte molto più movimentata, tragicomica, e una seconda in cui si rallenta, il logorio del potere si fa sentire e il palcoscenico del parlamento diventa un dramma quasi shakespeariano, fatto di tradimenti e paure. E la colonna sonora sempre presente, che batte, sempre, moderna e ritmica.
Girato a Cinecittà, anche il set fa la differenza, teatrale e studiato nei minimi dettagli, con le macchine da presa a muoversi sapientemente in carrelli e in piani sequenza facendo la gioia dell'occhio dei cinefili e non solo.
C'è una cura in questo racconto, c'è un'urgenza pure, che si notano. E che smuovono più di tutti gli altri titoli visti in questi giorni.
Scrivo di getto, uscita dalla sala, per il secondo pomeriggio in compagnia di un cast affiatato e impegnato. Scrivo di getto ma ci tornerò, perché una seconda visione un lavoro così la merita, anche se su schermo più piccolo, una serie che lo meriterebbe davvero il più grande.

Venezia 81 - I Film Orientali

Stranger Eyes

Com'è la nostra vita vista con gli occhi degli altri?
Diversa, ma allo stesso tempo ci mostra chi realmente siamo, mettendoci davanti quello che cerchiamo di tenere nascosto.
Darren e Pei sono due giovani genitori la cui figlia è sparita nel nulla. È bastata una distrazione, e ora si ritrovano a cercare indizi in vecchi video, a fare i conti con i loro sensi di colpa. Quella figlia che ha cambiato la loro vita, che si è messa in mezzo alla loro coppia, che li ha costretti a convivere sotto il tetto della madre di lui, la volevano davvero?

5 settembre 2024

Venezia 81 - Le sorprese fuori concorso

Paul & Paulette Take a Bath

Quando arrivano le commedie alla Mostra, lo spirito si risolleva. Quando le commedie in questione sono un boy-meets-girl leggero con tanto di meet cute strano al punto giusto, scatta il mio colpo di fulmine.
Paul è un americano in trasferta a Parigi, sogna di fare il fotografo ma non è certo la carriera più facile.
Paulette è uno spirito irrequieto, attratto da tragedie e luoghi macabri che trova in Paul la guida perfetta.

Venezia 81 - I Film Francesi

Jouer avec le feu

Vincent Lindon è il volto proletario del cinema francese.
Qui è un padre di due figli, che cresce solo e che alle porte dell'età adulta vede prendere due strade diverse: uno ligio e studioso sogna Parigi e la Sorbona, l'altro che un diploma non l'ha preso e con il calcio non ha sfondato, inizia a frequentare gruppi di estrema destra. Per un padre impegnato politicamente, dentro a sindacati e lavoratore instancabile è un'onta. Non c'è dialogo però, non c'è confronto, ci sono divieti, urla e abbandoni, con l'altro figlio messo in mezzo a non sapere come fare da pacere. Finché la situazione non degenera, nel peggiore dei modi.


Giocare con il fuoco diventa un affare politico, certo, ma è prima di tutto un film famigliare, dove i sentimenti forti, poco espressi, di una famiglia al maschile non riescono a incontrarsi in un terreno neutro, dove le colpe vanno distribuite e ovviamente sono gli attori a fare la differenza. Lindon, con quel volto scavato, con le macchie dell'età che fanno parte del personaggio, e la scoperta Benjamin Voisin, giocoso e irruento, che muove il corpo e lo sguardo irrequieto. Il terreno per la svolta drammatica finale lo si prepara con calma, tra piccoli e grandi scontri, quando poi il giudizio dev'essere dato dall'esterno, l'asciutezza della messa in scena aiuta a capire la denuncia di un film che chiede aiuto.

Trois Amies

Ci sono quei film che solo i francesi riescono a fare.
Quei film sui sentimenti e sui rapporti di coppia, quei film umani e leggeri al tempo stesso che riflettono bene sulla società di oggi ma in fondo su temi che non hanno mai smesso di essere trattati, l'amore fra questi.
Un amore raccontato con fare libero, senza giudicare, senza infierire.


Tre amiche, diverse fra loro, alle prese con la loro idea di amore. Tra chi il matrimonio non riesce a salvarlo perché non più innamorata, chi invece lo tiene in piedi proprio perché innamorata non lo è mai stata, ma sicura e protetta dall'amore altrui sta meglio e infine chi lo vive con passione, passando sopra al fatto che la sua storia d'amore è con il marito della migliore amica.
Chi ha ragione, chi ha torto?
In questa girandola di sentimenti in puro stile francese (ma anche un po' alleniano, bisogna ammetterlo) in cui la normalità sta anche nella messa in scena, la narrazione è affidata a chi non c'è più e onnisciente guida la storia, che però si appesantisce in una lunga coda finale portata al lieto fine, a una verità che sembra essere raggiunta, sull'amore.

Leurs enfants apres d'eux

Da un romanzo francese bestseller che pullula su Instagram, a un film che farà felici i francesi.
Una saga d'amore adolescenziale, che ripercorre gli anni pari degli anni '90 tra mode e musiche mentre si mette in scena un amore impossibile che non scoppia mai davvero fra Anthony e Steph, e una rivalità di pelle e di appartenenza con Hacine. Il tutto in un piccolo paese in riva a un lago, dove le famiglie ricche ci sono come ci sono quelle non certo agiate, dove l'alcolismo e la violenza scoppiano nella normalità e dove crescere è una gran fatica. Si vorrebbe scappare, a un destino già segnato, a una vita infelice.


I registi Zoran e Ludovic Boukherma realizzano la loro epopea affidandosi al fare timido di Paul Kircher e a giovani più o meno promettenti del cinema francese, ma soprattutto, cercano di far rivivere quegli anni annegando in una nostalgia musicale (fra canzoni che sono inni e inni trasformati in versione corale/acustica) la generazione nostalgica che siamo. Peccato che questi giovani più insicuri e più sfacciati di quelli che eravamo, fanno meno tenerezza, sono meno universali e nei 225 minuti di durata, ci si sfianca più che appassionarsi.

Finalment

Partire a scoprire Claude Lelouch dal suo ultimo film forse non è stata una buona idea. Un regista che ama citarsi, che ama andare avanti a raccontare storie dei suoi personaggi e che ha una sua idea di cinema, premiata qui a Venezia.
Finalment potrebbe essere davvero, finalmente, il suo ultimo film.


Dentro ci sono così tante idee, così tante storie che sembra si sia tolto molti sassolini così come il protagonista del film, un avvocato in crisi, si toglie finalmente le scarpe e assapora la libertà. Molla tutto, moglie, famiglia e lavoro e inizia a girare la Francia facendo l'autostop, diventando di volta in volta uno dei colpevoli che ha difeso, il personaggio di un film che ha amato, camminando sul ponte di Avignone e fra la folla di Les Mans suonando la sua tromba. A casa, la moglie lo cerca, la figlia scrive per lui una canzone mentre la sorellastra che non ha mai conosciuto vorrebbe incontrarlo, finendo per essere lei a riportarlo a casa.
Si va avanti per scene, per personaggi, per storie, citando I ponti di Madison County e riscoprendo l'amore, ma quando i pezzi di questo puzzle caotico trovano il loro posto, c'è spazio per una poetica personale che a partire da Un uomo, una donna ho sempre voluto scoprire.

4 settembre 2024

Venezia 81 - Joker: Folie à Deux

Non c'è nessun Joker.
E non è solo una battuta del film.
Il Joker che ha fomentato il mondo, il Leone d'oro di qualche anno fa, non c'è in questo film.
C'è un film che demolisce l'iconografia tanto venerata da fan urlanti che sono in attesa di questo film come il Messia, da giorni fuori dalle sale per un autografo, e sembra quasi un'operazione metacinematografica riuscita quella di Todd Phillips, che mette fan urlanti alle costole di Arthur Fleck, che chiedono sangue, chiedono risate, chiedono una battuta. Peccato che sempre di un film si tratti, che questo Joker deve comunque stare in piedi e scegliendo il genere musical non riesce a farlo.

Venezia 81 - I Documentari

One to One - John & Yoko

La riscoperta e esposizione della storia dei Beatles di questi anni, continua.
Qui si esce dal periodo dei Fab Tour per raccontare gli anni newyorchesi di John Lennon e Yoko Ono. Gli anni impegnati, politicamente e socialmente, dove la TV che impera nel loro appartamento fa da fonte di notizie angoscianti che li portano a schierarsi e lottare, mettendo la loro fama al servizio dei più deboli. 

Venezia 81 - I Film Italiani

Campo di Battaglia

I film di guerra non sono mai facili.
Rischiano di scadere nella retorica, patriottica o umanitaria, ora più che mai.
Cade in questo rischio Campo di battaglia, che il fronte non ce lo mostra, ma resta indietro, nell'ospedale di campo dove feriti e moribondi arrivano, perlopiù siciliani, perlopiù con ferite autoinferte per ritornare a casa. Sono giovanissimi che hanno visto troppo e che si comportano da vigliacchi, per il medico fedele Giulio Farradi, sono giovani che si possono ancora salvare, pur amputando, pur infettando, pur di salvarli da una guerra ormai inutile, per Stefano Zorzi. In mezzo a loro, l'infermiera Anna, donna dura in un mondo di uomini che non sa da che parte stare.