25 maggio 2019

Dolor y Gloria

Andiamo al Cinema

Ogni regista prima o poi deve fare i conti con la sua storia.
Lo fa Salvador, che dalle scene si è ritirato da anni, costretto da un corpo che continua a tradirlo. Un corpo che ha scoperto tardi, con dolori sempre più frequenti, emicranie che lo confinano in casa, mal di schiena che lo bloccano a letto. Ma il passato sembra bussare alla sua porta sempre più di frequente, con richiami esterni che lo spingono a ricordare la sua infanzia sui libri con una madre caparbia e con il suo cinema -passato- che viene ora onorato, portandolo a riallacciare relazioni strappatesi nella rabbia.
Così ritrova Alberto, il protagonista del suo primo film: un attore sul viale del tramonto, che non ha mai smesso di abusare di eroina, mantenendo ora un triste equilibrio pur di lavorare. In quel tunnel finisce per entrare pure Salvador, per ricordare ancora, per dimenticare il presente.
Ma bussa quel passato, anche sotto forma di un diario che diventa racconto e pièce teatrale, bussa quando quell'amore di cui si parla nel testo bussa letteralmente alla sua porta, bussa sotto forma di un acquerello che rievoca ancora quell'infanzia di calce bianca accecante.



Ogni regista prima o poi, deve fare i conti con la sua storia.
Lo fa Almodòvar, in quella che pur non essendo una biografia, ha per sua definizione tutti i sentimenti, i pezzi di vita, che gli appartengono.
Un buon narratore mescola realtà e finzione, ricama e sviluppa, e così fa Almodòvar nel mostrare un regista in crisi, un regista che ama il cinema, che si circonda di bellezza e che ha il dono di incantare con le sue parole.
La sua storia, raccontata per immagini o per dialoghi, ipnotizza, in un ritmo lento ma scandito, tra flashback rivelatori e ingannevoli e parole che fanno immaginare a noi quell'amore e quella sofferenza vissuti da Salvador.


La vita di Salvador sembra davvero divisa tra dolore e gloria, un dolore che non ha tempo, una gloria che sembra declinata solo al passato.
Affonda sempre più nella dipendenza pur di non sentirlo quel dolore, anestetizzandolo, nonostante quello che quella dipendenza ha significato per lui, nelle relazioni più importanti.
La gloria si fa però spazio, con rossi accesi che illuminano e scaldano la scena, con una scenografia fatta di case e appartamenti che ha meritato tutta la mia attenzione, la mia invidia, i miei applausi. Mentre la musica spazia tra canzonette italiane e drammatici pezzi spagnoli.
In tutto questo, Antonio Banderas è il feticcio per eccellenza del regista, incarnandolo nella vecchiaia che avanza, nel corpo che tradisce. Illumina la scena lei: Penelope Cruz madre pratica più che di cuore, anche se poco a poco il dubbio si insinua, gli occhi di quella madre sono diversi, gli aneddoti corrispondono ma forse sono altro.
Sono una storia, appunto, quella di un regista che finalmente inizia a fare i conti con se stesso.

Voto: ☕/5


7 commenti:

  1. Parla con lei e Volver restano insuperati, sarà che li ho visti tutti di seguito, ma che bellezza questo grande ritorno. Lo rivedrei anche oggi.

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    1. Ero davvero incantata, da quell'appartamento, dal monologo, dai vari racconti di vita. Avevo proprio bisogno di un ritorno così!

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  2. E' proprio da vedere. Anche se forse dovrei recuperare prima qualche altro titolone del repertorio di Pedro Almodóvar, regista di cui ho apprezzato parecchio alcuni lavori, ma che ho spesso trascurato...

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    1. I suoi titoli più importanti li ho visti davvero troppo tempo fa, anche se conservo dei bellissimi ricordi. Qui torna sicuramente ai suoi vertici.

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  3. Il miglior Almodòvar degli ultimi anni. Però la Palma d'oro l'avrei data a Favino/Buscetta...

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    1. Con Favino ho appuntamento mercoledì, per ora mi limito a dire che Banderas qui si è meritato tutti i miei applausi.

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  4. Sono contento di leggere che il Pedrone è tornato lui. Aspetto di vederlo, spero presto.

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