6 febbraio 2026

I Colori del Tempo

Andiamo al Cinema

In Italia abbiamo Checco Zalone che infrange record prendendo in giro arricchiti e viziati lungo il Cammino di Santiago in una comicità che non riesce a essere la mia, in Francia abbiamo Cédric Klapisch che porta nel 1895, in un'epoca piena d'arte e di artisti in una Parigi poetica nel suo essere un miraggio per molti.
Due campioni d'incassi (nonostante la réclame sui poster, però, I colori del tempo non ha superato il milione d'incassi, battuto da God Save The Tuche e tra gli altri dal molto francese C'era una volta mia madre) che si basano su cliché e che a quanto pare funzionano.
Anche per i francesi snob, che Parigi la guardano dall'alto al basso, che ci sono abituati, in quei scorci storici, artistici, e che qui vive e rivive cercando di metterci dentro tutto.
La Belle Époque, soprattutto, in una storia che parla dell'oggi e parla del passato, parla dei sogni e delle generazioni diverse, parla di una modernità e di una famiglia da accettare.


Tutto parte da una casa da abbattere, il comune della Normandia la vuole acquistare per farne un parcheggio ed è per questo che ha riunito ben trenta eredi, i discendenti di Adèle Meunier.
Quattro di loro vengono scelti come rappresentanti, ed eccoti l'idealista ambientalista, la divorziata workaholic, il professore dalle origini algerine prossimo alla pensione e infine il giovane aspirante artista sfruttato dagli influencer.
Il sopraluogo in quella casa li porta in un'epoca lontana, attraverso fotografie, lettere ma soprattutto un quadro impressionista da identificare cercano di ricostruire la vita della loro antenata.
Ed eccoci trasportati prima nella Normandia rurale del 1895, poi nella Parigi della belle époque in cui Adèle cerca la madre, trovandola in un bordello a vendere se stessa dopo aver perso il sogno di essere musa e moglie e amante di artisti. Un futuro che sembra attendere anche Adèle, che condivide una stanza a Montmartre con un aspirante pittore e un aspirante fotografo accompagnandoli alla ricerca di lavori e incontri fortuiti, tra un Nadar e una Sarah Bernhardt e un Monet. Gli stessi che si ritrovano a fare anche i suoi discendenti, in un weekend ad alto tasso lisergico decisamente sopra le righe.


Il problema di un film come I colori del tempo sta nella mancanza di equilibrio nelle due parti, quella di un passato che procede per binari noti e prevedibili non aiutati dalla faccia sbagliata di Suzanne Lindon, e un presente poco approfondito e poco interessante nel delineare con troppa leggerezza i caratteri dei quattro protagonisti che cambiano come ci si aspetta. Anche qui gli attori non brillano per le loro interpretazioni, chiusi nei loro cliché e nei loro tic, e non mi stupisce che si sia sollevato un caso contro le scelte di Klapisch per un cast zeppo di nepo baby, a partire dalla protagonista.
Com'è allora che piace, un film come I colori del tempo?
Piace per come è stato girato, per la Parigi che mostra, per quel passato così tipico e artistico e così noto in cui si è cercato -riuscendoci- di replicare quadri e artisti, modificando lenti e fotografia per avvicinarla a quella di Degas o di Monet. 


Vederla, Parigi come Le Havre ma soprattutto Giverny, sotto lenti così cinematografiche fa sempre sospirare, anche accompagnata dalle note della sospirante Pomme, anche se solo uno sfondo per l'amore che nasce, per un lavoro che si trova.
Può bastare per renderlo un film eccezionale, almeno dal punto di vista degli incassi?
Sembra di sì, ma con le molte licenze poetiche che ci si prende, con il poco approfondimento che porta avanti e soprattutto con un finale gran poco emozionante e quasi anticlimatico.
Se devo cercare il lato positivo, sta nell'immaginare una trasposizione italiana, probabilmente romana, e chissà con quale cast e con quale storia ce ne usciremmo fuori.

Voto: ☕☕½/5

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