Andiamo al Cinema
Come la racconti la storia di un'altra famiglia infelice?
Attraverso la sua casa, una casa che è stata testimone silenziosa di momenti leggeri e di momenti pesanti, di vuoti e di pieni, di urla e di silenzi, di morti e di nascite come di matrimoni felici e bambine tristi.
Una famiglia come le altre, una casa come le altre, certo, ma costruita su basi non solide, su difetti che lentamente, creano crepe irreparabili.
Una famiglia che perde un pezzo importante, una madre, psicologa, che quella casa la lascia vuota. Non può trasferirsi con la sua, di famiglia, Agnes, non se la può permettere. È troppo grande per Nora, la figlia maggiore e l'attrice di successo, che sola non saprebbe come riempirla. La vorrebbe quel padre, che se n'è andato dietro alla sua carriera di regista, dietro alle sue storie e ai suoi protagonisti, per farci un film.
Un nuovo film, di finzione, dopo 15 anni di silenzio. E vorrebbe Nora come protagonista, in una storia scritta per lei, che di lei, della loro famiglia, parla, cresciuta in quella casa.
Parte da qui Joaquim Trier.
Parte con uno degli incipit più belli degli ultimi tempi, un tema scolastico perfetto per un'audizione che viene invece accantonato. Troppo personale, troppo freddo, per un'attrice che si fa prendere dagli attacchi di panico e che in scena fatica ad entrare.
E prosegue, Trier, facendo del cinema, della scrittura, il mezzo per ricomporre i pezzi di una famiglia alla deriva, con crepe che affondano in un passato mai affrontato, e che proprio attraverso il cinema sembra cercare di guarire. Di parlarsi. E di connettersi.
Con una sceneggiatura ingombrante, preziosa, di cui a malapena intravedere il titolo, di cui "leggere" solo un piccolo monologo, attraverso la voce e lo sguardo di due interpretazioni diverse, ma anche attraverso regali sbagliati, nuovi mezzi per nuove generazioni e vecchi film che hanno significato tanto, per molti.
È un racconto metacinematografico che non può che entusiasmare lo sguardo degli appassionati, con una voce narrante che accompagna nel passato, con lo sguardo che osserva prove, dietro le quinte e stoccate a Netflix, tra sogni in riva al mare altamente cinematografici e un set importante come quello della casa di famiglia. L'occhio di Trier si muove in questi spazi, si ferma su dettagli, trova la luce, trova il valore e il calore e i volti e tutto diventa talmente bello, di valore.
Ma è anche un racconto che analizza i rapporti e le solitudini, che mostra ancora una volta le vulnerabilità di giovani donne senza una stabilità che si sentono ancora una volta le persone peggiori del mondo.
Trier ritrova infatti la sua musa, Renate Reinsve, che brilla come una Nora difficile da inquadrare, difficile da capire nella sua rabbia come nella sua solitudine, così simile a quel padre che tiene distante. Un padre che ha le fattezze di un Stellan Skarsgård appesantito dagli anni e dalla carriera, che incarna tanti registi, tanti padri, più bravo a trattare con le attrici che con le figlie, a esprimersi per critiche che per sentimenti, a cui basta uno sguardo, anche perso nel vuoto, per far scendere una lacrima.
Fanno da contorno prezioso la protettiva Inga Ibsdotter Lilleaas e la brillante Elle Fanning, che a loro volta cercano il loro posto in una famiglia che non sembra risolversi con le barricate tenute alte da Nora, dal padre, ma che può risolversi in un abbraccio fraterno.
E infine c'è sempre lei, quella casa, quel set, bello in modo struggente, con quel valore sentimentale che si nota dalla prima inquadratura. Una casa che perde di famigliarità, che perde la sua identità sotto mani di un grigio neutro in una trasformazione che fa più male di una morte vera.
Intenso, vero, metacinematografico fino a quel finale perfetto in piano sequenza, Sentimental Value è già fra i miei favoriti all'Oscar, con la sua sceneggiatura ricca di parole e di silenzi, con il suo essere pieno e vuoto, pesante e leggero, tra crepe e stucchi.




Bellissimo. Speriamo che non sia battuto dal sopravvalutato Brasile.
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