21 aprile 2026

The Pitt - Stagione 2

Mondo Serial

15 episodi, 15 ore di turno.
Torno al Pittsburgh Trauma Medical Center per il secondo anno di fila, e ci sguazzo.
Parlo di The Pitt serie TV medical di cui non sapevo di aver bisogno dopo anni a stare lontana dal genere diventato sempre più uguale a se stesso e sempre con una coda da soap opera a prendere il posto dei casi medici da trattare, e parlo della cotta che ritorna -molto più forte- per Noah Wyle e per il suo Dottor Michael Robinavitch, alla faccia del giovane Dottor John Carter.
Per questa seconda stagione si è forse corso troppo, si è sicuramente perso l'effetto sorpresa e si è chiesto fiducia a spettatori e fan con scelte non sempre facili da digerire.
C'è chi dalla serie è uscito in silenzio -la dottoressa Collins- ci sono nuovi arrivi che possono sembrare fotocopie degli internisti della scorsa stagione -ma in fondo tutti gli internisti possono essere saccenti, distaccati, poco empatici o troppo emotivi- e ci sono saluti da fare.
Se per la prima stagione si era scelto di seguire il Pitt nel giorno di un anniversario importante legato al COVID e nel primo giorno di turno di Whitaker, Mel, Javadi e Santos, a questo giro si sceglie il 4 luglio, con i suoi festeggiamenti pericolosi e i suoi eccessi, che è anche il giorno in cui Langdon torna a lavoro dopo il periodo in rehab forzato e che è anche l'ultimo giorno del Dottor Robby deciso a partire per tre mesi sabbatici in sella alla sua moto spargendo indizi che il suo non sia un semplice viaggio di piacere, ma qualcosa di molto più serio e definitivo.


Con Robby in partenza, trova quindi spazio la Dottoressa Al-Hashimi , la sua sostituta, molto più ligia alle regole e inflessibile di quanto lo fosse Robby nella direzione del turno di giorno del Pitt, con i due a studiarsi, punzecchiarsi, sopportarsi e cercare di capire le rispettive debolezze.
In 15 ore, anche questa volta, si alternano casi seri e casi buffi, si alternano guarigioni e lutti, emergenze e confronti, con medici e internisti a mettersi alla prova cercando di lasciare fuori quei problemi personali che non possono comunque che affiorare.
Lo fanno però in quel modo naturale e inevitabile dentro l'orario di lavoro, senza tirarla per le lunghe, lasciando uscire una frase, un commento, uno sguardo, lasciando lo spazio per i casi di evolversi, per le situazioni a complicarsi e risolversi.
Se nella prima stagione c'era una sparatoria a mettere in allarme e cambiare le regole del gioco, qui c'è un altro tipo di attacco a portare a un'era non digitale che non può che ricordare i tempi di E.R. tra tabelloni, cancellature e cartelle cliniche scritte a mano.
Fortuna che c'è Dana, l'infermiera capo, il collante e il cuore del Pitt, anche lei tornata da poco da un periodo sabbatico, anche lei in crisi e che le crisi altrui le percepisce e ne ha paura. Emma, la sua protetta, al suo primo giorno, è sicuramente il miglior personaggio a inserirsi nella stagione, riuscendo a crescere e imparare senza sforzarsi come invece sono chiamati a fare Ogilvie e Joy, con dialoghi e scambi che sembrano creati per diventare dei meme (un po' come la mid-credit-scene ad uso e piacere del fandom).


Ed è qui il filo di delusione che si prova in questa seconda seconda stagione, con un calo naturale e inevitabile, con il cercare di replicare la formula perdendo come detto l'effetto sorpresa e dovendo fare i conti con le attese per casi altrettanto emotivi, appassionanti, folli, come quelli della prima stagione.
Ci sono, certo, tra una malata di cancro terminale, un'infezione al piede che tormenterà i miei incubi, e l'addio a Louie rinascita di Mister Digby (un bravissimo Skinny Pete) e con le inevitabili stoccate al sistema sanitario americano con i suoi costi folli senza assicurazione medica a trovare inevitabilmente spazio. The Pitt è ancora una volta al fianco di medici e infermieri, nel sottolineare un ambiente di lavoro che non aiuta la sanità mentale né la realizzazione privata, e non ultima una presa di posizione sulla questione politica dell'ICE che entra brutalmente nel pronto soccorso.
Qua e là, quindi, si costruisce troppo, ma poi ci sono scene semplici come un parto, ci sono abbracci e sguardi di approvazione, e c'è un episodio intero dedicato più al lavoro delle infermiere che ai medici a ricordare com'è che The Pitt piace così tanto e ha vinto così tanti premi.


Se la seconda stagione è minore, non lo è il coinvolgimento emotivo, e pur avendoci provato a seguirlo episodio dopo episodio per paura di eventuali anticipazioni, ho preferito accumularli tutti questi 15 episodi e diluirli in un turno di tre giorni appena per sentirmi davvero dentro al Pitt e allo svolgimento di un turno che sembra tanto lungo quanto passare in un attimo.
Il finale sa chiudere cerchi e essere conclusivo, con un filo di speranza ma anche di paura nei confronti delle decisioni di questi medici che sono prima di tutto esseri umani capaci di salvare vite e di portarsi dietro il senso di colpa per quelle che non sono riusciti a salvare.
Si vocifera una terza stagione dedicata a quei folli e selvaggi che lavorano di notte che entrano e rubano la scena, e non mi dispiacerebbe di certo. Per fortuna, l'unica cosa certa è che torneremo un altro anno, un altro giorno, un altro turno, a Pittsburgh.

Voto: ☕☕½/5

Nessun commento:

Posta un commento