La Ragazza con la Leica
La ragazza in questione è Gerda Taro, fotografa di guerra, inviata sul fronte durante la guerra civile spagnola alla fine degli anni '30 ma nota più per essere stata la partner nella vita e nel lavoro di Robert Capa.
Nota, ovviamente, per modo dire, con il fotoreporter a rubargli luce sopravvivendo e coprendo poi più fronti e più guerre.
A renderle onore prima un romanzo diventato un caso editoriale, ora un film.
Un film di Alina Marazzi che sembra abbandonare solo momentaneamente i documentari, in realtà mescolando anche qui i generi, trovando più sostanza in quel lavoro di ricerca e di montaggio che va a integrare e approfondire e arricchire la storia di Taro e della storia d'Europa in atto.
Sono questi momenti fatti di fotografie e filmati d'epoca a impreziosire un film che non sembra rendere onore alla sua protagonista. Resa più frivola del necessario, resa quindi poco sopportabile e poco amabile nel suo essere coraggiosa e testarda e libertina, manca il segno, lasciando fuori la guerra a favore di ideali urlati, lasciando fuori il suo lavoro a favore di storie d'amore complicate. Purtroppo, quindi, ne esce un ritratto poco convincente, che cerca di arrivare ai giorni nostri, arrivandoci per davvero con cambi di formato e di fotografia che spiazzano.
È un film ibrido e contaminato, ma con dentro anche facile retorica per attori fin troppo piaccioni e dialoghi particolarmente irritanti.
Ad Alina Marazzi dirò sempre grazie per l'amore verso i documentari che mi ha trasmesso, e spero torni all'ovile, dove la sua voce manca da tanto e dove riesce a dare di più.
Falling House
Ogni film che riesce ad uscire dai confini dell'Iran merita rispetto.
Per il coraggio nel girarlo e nel produrlo in un contesto politico così difficile, nel coraggio che hanno registi e attori e troupe nel raccontare quel contesto così difficile.
La storia di Falling House non può che ricordare quella de Il seme del fico sacro, film arrivato fino agli Oscar che mostrava come anche un marito e un padre disperato potesse finire per rendere un inferno la vita della sua famiglia per non disonorare lo Stato per cui lavoro.
Qui succede lo stesso, con il boia di un carcere che ci viene presentato come un buon carceriere che aiuta come può chi è prigioniero, ma che davanti a una figlia che sogna un futuro diverso, libero e lontano dall'Iran perde la ragione.
Quella casa, la loro casa, circondata da macerie che sta per diventare macerie, la trasforma in prigione, chiudendo le figlie e la moglie, impedendole di chiedere aiuto e di scappare, perdendo il senso della realtà e della ragione vendendo tutto quello che c'è in quella casa pur di tenerla in piedi un altro giorno e rimandare il faccia a faccia con se stesso e la sua decisione.
Rimaniamo chiusi anche noi in quella casa piena di crepe e di vetri rotti, sentendo le urla, le preghiere, le speranze di donne che capiscono chi è davvero quell'uomo che hanno stimato e protetto e ascoltato.
Calca la mano, Mohsen Gharaei? Purtroppo no, nel sue reiterare quelle urla e quelle contrattazioni mostra una realtà che fa male e che è giusto vedere, che passa attraverso tre diverse generazioni, sperando di trovare la strada verso la libertà.
My Notes on Mars
Margot si è ritirata dalla carriera di scienziata per trasferirsi a Budapest con il marito, aspirante allevatore di cavalli.
Ma come dice la sua mentore, non ci si può ritirare dalla scienza, e infatti come un'epifania Margot guardando le stelle ungheresi trova la risposta che cercava e che potrebbe portare su Marte, dove è convinta ci sia la vita.
Una scoperta sensazionale, che però il marito non capisce, ferito dalle sue assenze e dalla sua stanchezza, la obbliga a una scalata e lì, tra le montagne e i crepacci, Margot si perde.
Ricomparirà due mesi dopo, senza ricordare niente della sua vita o della sua scoperta scientifica, cercando invece ossessivamente i suoi appunti per distruggerli.
È davvero lei, quindi?
O su Marte c'è vita e non vuole farsi trovare?
Quello di Lili Horvàt è un film che sulla carta ha le carte giuste, anche se già giocate da altri film di fantascienza che mescolano i sentimenti con l'esplorazione spaziale, ma che si appesantisce velocemente spossando fino al limite.
Spiace per Mackenzie Davies che dopo Halt and Catch Fire continua a faticare a trovare ruoli giusti, e che manteniene naturalezza e freschezza anche nei momenti più imbarazzanti vista la poca chimica con Rupert Friend, piuttosto monocorde.
I miei appunti su questo film pasticciato che celebra involontariamente l'amore che oggi si definisce tossico, ai danni della Nasa e della scienza tutta, finiscono qui.
I Plant My Hands in the Garden
Mi sono fatta fregare dal titolo.
E dal bisogno di un po' di leggerezza che la storia di due rifugiati a Berlino, sessualmente fluidi, decisi a sposarsi e a crescere un figlio insieme nonostante un passato che bussa e un presente senza confini, poteva darmi.
In realtà il film si muove tra il biografico e la provocazione, molta provocazione, di quella gratuita che tira fuori dal film invece che portare ad elogiarlo.
Elogio la gestione degli spazi e del tempo, con la macchina da presa ferma in un punto di vista e i personaggi a muoversi e confrontarsi, vuoi sul sesso, vuoi sulla maternità, vuoi sul loro passato.
Ma nella sua brevità e nella sua ingenuinità, lo dimenticherò in fretta.




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