6 settembre 2026

Venezia 83 - The Echo Chamber

Diciamolo subito, The Echo Chamber era un ottimo film, ma ha una coda di 20 minuti che lo rovina. 
E fa cambiare l'opinione che se ne fa.
È un film chiuso dentro un appartamento di Londra, un bellissimo appartamento, vissuto e stropicciato e ricco di sfumature com'è Leonardo, produttore musicale.
Lo vediamo ballare, scatenarsi, drogarsi, fare un'overdose.


Lo ritroviamo a 86 giorni dalla disintossicazione, mentre in quell'appartamento torna, cercando un equilibrio difficile nella sua vita.
A salvarlo, ma anche a condannarlo, la sua fidanzata. Che lo lascia, che si allontana, ma in realtà torna a vivere, a infestare, il suo appartamento nelle ore in cui se ne va.
Due vite che continuano a non scorrere in parallelo, chiuse in quelle mura, chiuse in un loop di dolore e senso di colpa in cui il confronto sembra impossibile.
Leonardo ha bisogno di spazio, per farcela, Anna avrebbe bisogno di lui, e lo tenta.
La sua presenza inizialmente silenziosa inizia a lasciare segni, profumi, come a volersi far scoprire.
Nel mentre scopriamo lentamente, attraverso flashback, come si sono conosciuti, come la loro storia d'amore è nata ed è andata avanti, come un senso di dipendenza si è formato, con Anna a essere l'infermiera a curare il dolore alla schiena di Leonardo e Leonardo ad avere sempre più bisogno delle pillole che Anna gli dà.
Si parla di dipendenze e di cadute, dentro a mura che vivono di musica. Con una cantante che torna dal passato, un album da scrivere e il suo passato con la droga a metterla in allerta.
Ma è il rapporto tra Anna e Leonardo ad affascinare, è la bellezza, la chimica e la naturalezza di Luca Marinelli e Alicia Vikander, tra sguardi e gesti e corpi. Poi, certo, c'è la presenza scenica di Susan Sarandon, che strega con la sua voce a cantare e parlare di verità dolorose.
Come faccia Andrea Pallaoro a coinvolgere da sempre certi nomi nel suo cinema, fatico a spiegarlo.

Qui, realizzando l'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, mi convince più del solito, fino a scivolare su quel finale che tutto rovina, cambiando atmosfera, cambiando scenario e natura in un rapporto fatto di presenze, volute o non volute. Non si esce comunque da quell'appartamento, mai, si resta chiusi in inquadrature fisse concedendosi sguardi fuori dalla finestra, un paio di movimenti appena, in una claustrofobia piacevole visti i volti e i corpi che la abitano. 
Fino ad un certo punto. 
Purtroppo.
L'eco del film che poteva essere continua a risuonare in quegli ultimi 20 minuti di cui si poteva fare a meno.

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