Prendi Ink e portalo nella TV americana degli anni 2000.
Questa in sintesi potrebbe essere la descrizione per Primetime, in quello che sembra un altro messaggio forte e chiaro che la Mostra vuole lanciare ai giornalisti e che i registi sembrano mandare a noi pubblico.
La storia è quella vera di How to catch a predator? programma di punta di NBC che rendeva spettacolare la caccia e l'esposizione pubblica di pedofili che usavano la rete per adescare le loro vittime e venivano a loro volta adescati dai produttori del programma, usando attori per poi mandare in onda il loro arresto.
Il nostro sguardo si fissa sul presentatore del programma, Chris Hansen, con i suoi deliri da grande reporter, e di Dan, nuova esca assunta per interpretare tredicenni con deliri da grande attore.
Sono le loro ipocrisie quelle che ci interessano, i loro filtri e le bugie che si raccontano mentre il programma viene promosso in prima serata -ai danni di Studio 60, sigh- e devono essere trovate storie più forti e più coinvolgenti per riuscire a battere la concorrenza agguerrita di Lost.
Pedofili contro orsi polari, chi vincerà?
Alla ricerca dello squalo bianco, Hansen deve vedersela anche con una vita privata imperfetta a cui fare fronte, Dan con le sue insicurezze e la produttrice del programma con costi da contenere e un'offerta da parte della concorrenza a tentarla.
Cinico, accattivante e degradante, il film mostra i cambiamenti di una TV e di un pubblico che gode delle disgrazie altrui e che tratta un tema forte, scottante e importante come la pedofilia per farne intrattenimento. Finisce però per ripetere se stesso, mettendoci dentro situazioni sempre simili e sviluppi che solo nel finale si fanno drammatici, ricalcando la realtà e la fine di quel programma.
La differenza, come per Ink, come per Boyle, la fa il regista.
Nel passaggio alla finzione, Lance Oppenheim gioca con i filtri in una fotografia acida, e con i mezzi, rendendolo in fondo un grande documentario con macchine da presa e telecamere nascoste a riprendere il dietro e il davanti le quinte.
Il one man show resta Robert Pattinson, combattuto e orgoglioso, pazzo quando serve, affascinante pure, che però lascia spazio alla sua spalla -Merritt Wever- riuscendo a farsi rubare la scena dal sempre sottovalutato Skyler Gisondo.
Con la sua tesi e il suo messaggio Primetime non è travolgente come sperato, ma resta una buona ricostruzione, un buon specchio, nero ovviamente, e un buon film.

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