7 ottobre 2026

Digger

Andiamo al Cinema

O lo odi o lo ami.
La critica si è già divisa, pendendo più per l'odio. 
Il pubblico sembra invece aver deciso di non correre a vederlo, con un primo weekend al boxoffice già definito disastroso.
Si parla dell'ego di Tom Cruise, si parla del flop di Tom Cruise, si parla dell'ego di Iñárritu, si parla del flop di Iñárritu e di come il sogno dell'Oscar, per entrambi, possa sfumare. Il primo, quello a cui davvero ambisce dopo un decennio passato a correre, sparare e saltare in film d'azione per Tom, il terzo e quindi un record per un regista -messicano, per giunta- per Iñárritu.
Si parla di numeri, si parla di premi, ma il film?
Il film o lo odi o lo ami.
Ma il vero problema è che lo puoi odiare per gli stessi motivi per cui potresti amarlo, e potresti amarlo per gli stessi motivi per cui dovresti odiarlo.


Digger inizia e ti ritrovi a dire: ancora? 
Ancora una parodia, una farsa sull'uomo potente e stupido, sull'uomo che tutto può comprare, anche la vita del suo gatto a scapito di un pianeta di cui non si interessa, perché gli interessa il profitto, il petrolio che può tirare fuori da un pianeta già in fiamme che non può che esplodere. Ancora un film che vuole mandare un messaggio chiaro e politico e ecologista e che sceglie le maschere per farlo, i toni surreali e i toni urlati per farlo. 
Poi, d'improvviso, tutto cambia, e capisci che Digger è altro, che Digger sa di essere l'ennesima parodia, l'ennesima farsa sull'uomo potente e stupido, sull'uomo che tutto può comprare, anche la vita del suo gatto a scapito di un pianeta di cui non si interessa, perché gli interessa il profitto, il petrolio che può tirare fuori da un pianeta già in fiamme che non può che esplodere. L'ennesimo film che vuole mandare un messaggio chiaro e politico e ecologista e che sceglie le maschere per farlo, i toni surreali e i toni urlati per farlo. 


Poi però rientri nella pièce Digger Fossil Fools, rientri in quelle maschere e ci sono nuove urla, nuove parodie, nuove farse con i potenti e stupidi tutti riuniti a decidere su come nascondere la verità, su come modificare la percezione, e c'è il monologo, quel monologo che dovrebbe consegnare a Tom l'Oscar e ti ritrovi un po' a sbuffare, un po' a stancarti di quell'accento, di quelle urla, di quel scimmiottare i tanti potenti e stupidi che non rispettano le regole e le piegano a loro immagine e somiglianza, con il dito puntato contro tutti perché in fondo tutti siamo colpevoli. È il monologo potente che dovrebbe catturarti, già lo sai che è stato girato in un'unica sequenza, già lo sai che è il cuore del film, ma il tuo non batte.
E dici l'ho già visto questo film, lo ha fatto proprio Netflix che ha scartato il progetto di Iñárritu, lo ha fatto proprio Di Caprio che Iñárritu ha scartato proprio perché ha fatto Don't Look Up e ti ricordi che pure Don't Look Up per quei suoi toni farseschi, per quell'umorismo esagerato di Adam McKay non ti aveva convinto. Iñárritu cerca di fare le cose in modo diverso rispetto a McKay, pur avendo ancora una volta la Terra intera in pericolo, il mondo da avvertire e i potenti a tentennare, cerca di esagerare ancora di più in un discorso meta-teatrale e meta-reale in cui ti ritrovi a essere stupita non tanto per la regia cinematografica di Iñárritu ma per la regia teatrale di Iñárritu, o di Hannah, e a immaginarlo uno spettacolo teatrale così, così ambizioso, così forte, così potente, che funziona meglio del cinema.
Anche se è il cinema quello che vediamo, è un attore che sa muoversi con attorno le macchine da presa, è un regista che le sa muovere un gran bene.


Funziona meglio di una fotografia del fido Emmanuel Lubezki che decide di eliminare ogni calore e ogni colore dallo schermo, in una luce accecante che riprende il grigio di cui quel mondo si è dipinto ma che respinge. Come respingono le coreografie volutamente buffe, le musiche volutamente grottesche di Cosmo Sheldrake, i trucchi volutamente parodistici, in un volutamente esagerato facile da non apprezzare, decadente com'è fin dalla scenografia.
Iñárritu poi è sempre lui, quello dei piani sequenza e delle lunghe scene, quello dei movimenti di macchina azzardati e dei punti di vista strani e stranianti, in una villa dalle stanze nascoste, in dietro le quinte ingombranti, in futuri distopici, che al servizio dell'ego di Tom -o di Digger Rockwell, chi lo sa più ormai? mentre urla, salta, gigioneggia e invecchia- aumentano ancor più l'ego di un film su cui la Warner tanto puntava e su cui ancora punta, sperando forse in un effetto boomerang delle critiche negative che porti in sala gli indecisi che ancora non sono accorsi. Funzionerà?
Difficile prevederlo visto come lo avevano già definito uno dei film più importanti del secolo, rifiutando però la sua partecipazione ai Festival per paura proprio delle critiche negative, e che in fondo si ritrova ad essere un film ambizioso, che gioca carte già viste ma che non lascia molto spazio di manovra a chi vuole criticarlo o a chi vuole difenderlo.


Fa tutto da solo Digger, anche la critica di sé, con le parole di Jesse Plemons (che in pochi minuti oscura i prezzemolini Riz Ahmed, Sandra Hüller e Emma D'Arcy su cui è difficile davvero concentrarsi, nell'ombra come sono con i loro toni trattenuti rispetto a quelli molto più urlati, eccessivi, ingombranti di Tom e di John Goodman), dicevo, le parole di Jesse Plemons e del suo personaggio che sembra essere l'articolo che un buon critico dovrebbe scrivere su Digger:
It's ridiculous and it's scary. 
It's funny and it's stupid. 
It's a lot of fun to watch.
Divertente di un comico volutamente (ancora) grottesco, non nelle corde di tutti e di certo non nelle mie anche se un paio di risate me le sono fatte e me le tengo strette. Ma ridicolo, spaventoso, buffo e stupido, in un modo che si definisce da solo non permettendo di definirlo in modo migliore, autocriticandosi e autoassolvendosi come se Iñárritu e la sua banda di sceneggiatori fosse in grado di prevedere ogni mossa, anche quella dei critici.
Superandoli, non lascia che la sensazione di un film che si crede grande, pur racconto poco di nuovo in modo nuovo, che divide perché anticipa i motivi per odiarlo e per questo cerca di farsi amare, in un gioco di specchi in cui alla fine un po' ci si perde, uscendone con poca voglia di scavare, e di aver poco su cui scrivere. Eppure, guarda che lungo post ne è uscito, per un film che ancora non ho deciso se odiare o amare.


Voto ?/5

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