13 giugno 2026

La Cronologia dell'Acqua

Andiamo al Cinema

L'acqua è l'elemento di Lidia. 
Lì che si immerge, lì che si sfoga, lì che ritrova e perde una vita.
L'acqua l'accompagna fin dall'infanzia, un'infanzia segnata dalla fuga della sorella e l'acqua diventa la sua possibilità di scappare a sua volta da un padre-padrone che abusa di lei nell'indifferenza della madre. Ma poi ad abusare di se stessa ci pensa da sola, Lidia, che sceglie droga, alcol, relazioni sbagliate, sperimentazioni sbagliate, in un eccesso che la allontanano dall'acqua, un'acqua che ora ha accolto sua figlia, e da cui sembra rifuggire e tornare, immergendosi invece in una scrittura brutale e cruda che possa spiegare il suo disagio, il suo dolore, le sue mancanze, agli altri.


La biografia di Lidia Yuknavitch non è certo semplice e non è facile. Sia da affrontare che da adattare.
Romanzo-memoir diventato un simbolo e anche un manifesto nella generazione senza filtri di Chuck Palahniuk e Ken Kesey, è diventato l'esordio alla regia di Kristen Stewart che sperimenta, che va di eccessi, che sminuzza la storia in un lavoro che sembra più di montaggio (e il merito va allora al lavoraccio di Olivia Neergaard-Holm) che di regia.
Ci sono le scene oniriche, ci sono i ricordi, ci sono le voci sospese e i frammenti, ci sono schegge e ci sono granelli, ci sono attori che non invecchiano e nudità e simboli, il tutto sulle spalle di Imogen Poots, attrice che mi chiedo spesso che fine faccia, che scelte faccia, dove si sia persa. La ritrovo qui e la ritrovo brava come la ricordavo, anche in un film che sembra voler più provocare che raccontare, più sperimentare che prendere una decisione, una direzione. 


Fin dall'inizio sembra di vedere uno di quei film universitari dello studente alternativo, e gli occhi non possono che alzarsi, il naso storcere. Purtroppo la sensazione non cambia man mano che si va avanti, man mano che i capitoli si accumulano come si accumulano le relazioni sbagliate, le scelte sbagliate di Lidia. 
Ho faticato a sopportarlo un personaggio così ferito che non reagisce ma annega e sputa al mondo la sua sofferenza, ma soprattutto un film così volutamente chiuso in se stesso e in una narrazione stilisticamente spossante fatta di frasi in voice over e un montaggio in cui Tom Sturridge come Thora Birch come Jim Belushi come gli altri personaggi che toccano la vita di Lidia, passano via, tornando sempre allo sguardo di un padre e al suo imporsi. 


In fondo, è la storia ed è l'esordio che ti aspetti da un'attrice che deve sempre dimostrare il suo essere altro dal suo successo iniziale, un esordio minato dalla voglia di sperimentare e di differenziarsi che prende il sopravvento dimenticando lo spettatore.

Voto: ☕☕/5

1 commento:

  1. Ce l'avevo giusto in programma, ma l'hai smontato...
    Adesso m'è un po' passata la voglia di vederlo

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