10 giugno 2026

Amarga Navidad

Andiamo al Cinema

È passato in sordina l'ultimo film di Pedro Almodóvar.
A Cannes come al cinema, e se dalla Croisette è tornato a mani vuote spegnendo in fretta il richiamo pubblicitario, l'ambientazione fuori stagione non ha aiutato a venderlo meglio.
L'ultimo film di Almodóvar è ambientato sotto Natale, un Natale spagnolo in quanto a clima ma soprattutto un Natale all'Almodóvar, quindi non propriamente tradizionale. Ci sono alberi e ci sono lucine, ci sono feste e ci sono cappotti e maglioni alla moda, ma non c'è una famiglia a cui tornare, anzi, ci sono molti cuori spezzati. 
Un Natale amaro, quindi.


Il film parla di Elsa, regista di culto che non significa di successo, che ha ripiegato nel mondo della pubblicità potendosi così permettere una vita lussuosa e senza pensieri. 
Apparentemente. 
Elsa vive infatti in uno stato di allarme, fatto di crisi di panico e di emicranie che la portano a essere assistita da un amante che chiede un ruolo più da protagonista, ma anche a fuggire con le amiche in crisi come e più di lei. Da una moglie tradita a una madre che ha perso il figlio, Lanzarote diventa l'isola cruda in cui cercare rifugio e un'inaspettata ispirazione.
Elsa inizia a scrivere, ritorna a scrivere una sceneggiatura, elaborando così anche il suo lutto ma raccontando troppo del suo privato e del privato delle amiche, mettendo in dubbio le sue buone intenzioni, i limiti di uno scrittore.


Amarga Navidad è però un gioco di specchi, perché la storia di Elsa che racconta le storie di Natalia e Patricia è raccontata da Raùl, regista altrettanto di culto e altrettanto in crisi che a sua volta usa la storia della sua assistente e della sua amica colpita da un tragico lutto, come ispirazione per il suo prossimo film, ponendo più di una domanda sulla legittimità degli scrittori di appropriarsi delle storie altrui e dei filtri da usare per fare meno feriti. 
E Raùl, com'è facile da intuire, è Almodóvar stesso.
Almodóvar che è però sempre Almodóvar e che anche in questo film ha più attenzione verso le case, gli arredi, gli spazi e i colori, rispetto ad attori non propriamente eccelsi, ed è qui che si nota la differenza nell'avere due Attrici con la A maiuscola come Julianne Moore e Tilda Swinton in un film non esattamente perfetto.
La stessa regia sembra così meno curata, pur usando le scenografie, le case, i colori di abiti e arredi per fare da accento, si avvale di una fotografia quasi televisiva per gli interni sfruttando meglio la natura di Lanzarote, per un risultato che non riesce a divertire e intrigare del tutto.
Ci si annoia, a seguire le crisi che sembrano pantomime di Elsa, i balletti di un amante scelto solo per il suo fisico, in una villa-rifugio senza cuore. 
Solo sul finale, sagace e irriverente che rimette tutto in discussione, si sente smuoversi qualcosa, si sente il passo di un leone ormai invecchiato che non sa che storie raccontare dopo aver raccontato così bene la sua.


Come dice l'assistente di Raùl, il tempo dei film di serie A sono finiti, ora al massimo può ambire a un buon film di serie B o a un corto d'autore da vendere a qualche piattaforma. Le stoccate a Netflix & Co. non mancano, in un gioco metacinematografico fatto di giovani amanti, di storie a incastrarsi, di vita privata e di vita narrata a confondersi.
Sa ancora graffiare, se vuole, Almodóvar, anche quando confeziona un film tutt'altro che natalizio uscito sull'inizio dell'estate che resta nel limbo dei titoli di serie B di un regista di culto, ma non più di successo.

Voto: ☕☕½/5

Nessun commento:

Posta un commento