Mondo Serial
La prima stagione era stato un antipasto che mi ero saputa godere solo arrivata al primo piatto, a quella seconda stagione costellata di episodi che da soli valevano ogni applauso della critica che fin dall'inizio -forse esagerando- aveva accolto The Bear.
C'erano poi stati un intermezzo e un primo piatto che avevano rallentato i tempi, cotti a fuoco lento, lasciando respirare forse troppo, forse ancora allo stesso modo, i personaggi e il loro sviluppo.
Infine, è arrivato il dolce, amaro, un dolce preceduto proprio dalla portata principale, da un episodio speciale, da un film per la TV in fondo, che è quel Gary arrivato a sorpresa su Disney+ e che ci porta indietro nel tempo, ci porta in un viaggio on the road fuori da Chicago, tra cugino Richie e Mikey, mostrandoci un'amicizia speciale, certo, ma anche gli sbalzi d'umore di chi soffre senza una diagnosi, di chi fa abuso di sostanze e di chi ci prende gusto a fare la scelta sbagliata, a dire la cosa sbagliata, ad affondare il coltello dove fa più male, in un episodio che parte con la leggerezza di due cugini che devono ammazzare il tempo e finiscono quasi per ammazzarsi fra di loro. Dentro, tanta America di provincia, tante storie e tanta voglia di condividerle a far capire che Christopher Storer è sempre lui, sempre capace di far brillare la sceneggiatura fatta di silenzi importanti e parole pensate e i suoi attori.
Torniamo a Chicago il dolce, per quel finale annunciato che sorprende fin da subito.
Otto episodi, un solo turno.
Neanche fossimo a Pittsburgh, Storer conosce i suoi personaggi, conosce il suo ristorante e la sua storia e decide di puntare tutto su una sola giornata in cui tutto può succedere.
È il giorno dopo l'addio ai fuochi annunciato da Carmy, è il giorno in cui comunicarlo al resto della ciurma e in cui Sydney deve rimboccarsi le mani e diventare la leader che fatica a sentirsi. Ma è anche il giorno in cui il countdown è arrivato a zero, la chiusura sembra inevitabile e di cibo nella cambusa non sembra essercene abbastanza per una serata che è sold out. È soprattutto il giorno in cui Chicago viene colpita da un nubifragio, da una pioggia così incessante da creare problemi strutturali dentro e fuori la cucina del Bear che deve sostenere tanto, troppo.
Tra tensione interna e tensione esterna le bombe non possono che esplodere, una alla volta o tutte assieme, con Sydney a prendersela con Carmy che si intromette, con Marcus a prendersela con Luca che se ne torna a Copenaghen, con Ebra a temere gli occhi blu di Carmy, con Ritchie a prendersela con se stesso trovando la possibilità di redimersi, con i Faks a creare danni e cercare di risolverli ad alleggerire le varie tensioni.
E capisci di amare una serie TV quando anche dei personaggi macchiettistici e buffi come i Faks ti fanno commuovere, capisci di amarla, quando sei fiero del percorso che semplici camerieri, semplici cuochi di una sgangherata paninoteca hanno fatto, diventando maître di sala, sommelier esperti e meritatissimi CDC. Sì, lo sguardo di Tina resta il più caldo e il più commovente della serie. Si inizia con lei, non a caso, più forte e più sicura, e si chiude con Ritchie che lascia un'altra volta Chicago, non più solo. In mezzo, lo sguardo di Carmy, che non sa cosa fare, certo, che non ha altre skills oltre i fornelli, che a fatica reprime rabbia e leadership, a fatica lascia corda ma sa fare brillare chi gli sta attorno. Da Marcus, che il suo premio l'ha già avuto e prova a condividerlo con quel padre distante, fino a Sydney, che ambisce a una stella, che ha paura delle responsabilità, ma come insegna Remy, solo i più intrepidi possono diventare grandi in cucina.
Insomma, l'ultima stagione si fa condensata in un turno spossante, in una preparazione fatta di tetti sfondati, tubature rotte, porzioni da dimezzare e vini da rietichettare, abbiamo un critico da soddisfare e nessuna cancellazione a lasciare un po' di respiro a fare di un turno diviso in tre quello che diventa il più soddisfacente, quello che unisce e fa brillare, quello che non lascia dormire per l'adrenalina e commuove.
Commuove per carelli e piani sequenza da applausi, per scelte di regia sempre a favore di storia, commuove anche Jamie Lee Curtis nonna che tutto vuole conoscere con strizzatina d'occhio al fandom, commuove Jimmy, padre putativo che le prova tutte per far restare aperto il Bear, commuove Richie in un discorso motivazionale pieno di imprecazioni ma di cuore, commuove la crescita che hai visto fare a questi personaggi che si urlavano addosso e che non sapevano gestire la pressione e che ora superano, insieme, gli ostacoli.
Sta tutto negli occhi blu di Carmy, sta nella sua confessione in un colloquio inaspettato, sta in un abbraccio improvviso che dice tutto.
Il bello di The Bear è sempre stato come ha saputo giocare con gli ingredienti e cucinarli, come Storer ha composto episodi fatti di storie volendo a se stanti e che qui, nel suo ultimo giro, decide di tenere tutto insieme. Una bottle season, in gergo, con l'episodio finale che va avanti di poco, giusto per chiudere nodi e riunire una famiglia che affrontati i demoni di un Natale passato, condivise le paure sotto un tavolo, si ritrova per festeggiare insieme, in semplicità.
In cui si torna a respirare proprio a turno finito, si ride e si sorride come sembra non essere stato fatto per stagioni intere, puntando ancora una volta a quella categoria comedy che agli Emmy sembrava stonata.
Non resta che ringraziare Storer e aspettarlo per altre storie così dense e così ben raccontate.
Grazie Chefs, è stato un viaggio, una cena, piena di gusto.
Voto: ☕☕☕☕☕/5



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