26 aprile 2019

Ride

È già Ieri -2018-

È sempre un salto difficile quando da attore si passa a regista.
Un cambio di ruolo che può valere una carriera, a volte.
Altre, semplicemente un gesto naturale, dopo una carriera più che ventennale, dopo uno sguardo che si è addomesticato, abituato, educato. Grazie a chi l'ha diretto.
Succede a Valerio Mastandrea, che dopo anni di onorato servizio va a sedersi dietro la macchina da presa sorprendendo più per gli anni che ci ha messo per farlo, che non per la decisione in sé.
Perché lo capisci che l'ambiente è il suo, che lo sguardo l'ha ben educato, ritrovandoci i suoi maestri, dal realismo di Caligari all'anima più indie di Gianni Zanasi.
Il salto è comunque rischioso, perché la storia che va a raccontare Mastandrea sulla carta è tutt'altro che facile, che leggera.
La storia di uomo, un lavoratore, un marito, un padre e un figlio che non c'è più.
Una morte bianca la sua, uno dei tanti che se n'è andato in orario di lavoro.



Lo sguardo è posto su chi resta, su chi affronta un lutto improvviso e difficile da digerire, con le telecamere dello stato puntate su quel dolore che ognuno affronta come può.
Prendendolo come l'occasione per far colpo sulla ragazzina del cuore, comparendo davanti alle telecamere, preparandosi con il vestito migliore e le prove con il migliore amico.
Riprendendo quella lotta, quella vena polemica di operaio mai sopita, nemmeno con la pensione.
O non riuscendo a piangere nemmeno un po'. Anzi, ridendo, di quel passato condiviso, sforzandosi con le canzoni che sono ricordi, trovandosi a consolare e imitare ex fidanzatine.
Lei, Carolina, la moglie ora vedova, ride.
Sembra l'unico modo per andare avanti ma anche un modo che non si accetta, né chi gli sta attorno né lei stessa.
E allora, ricorda. Ricorda quei pranzi che non ci sono più, quegli scambi di ruolo. E solo allora inizia a piovere.



Lo sguardo di Mastandrea è quello giusto e quello ben calibrato per raccontare una storia che si muove fra spiagge, fabbriche e case. In una periferia fatta di famiglie semplici, dalla tovaglia a quadri e la pasta sciapa prese da un'attesa: quella per l'estremo saluto, che spaventa e mette alla prova.
È uno sguardo che colora la scena, la rende fatta di quadri e uno sguardo disincantato anche, che gioca con metafore, con la musica, con una protagonista che è tanto bella quanto fragile e che regge la scena in modo incantevole.
Qualche difetto, ingenuo, c'è.
Qualche confusione nel racconto, che si dilunga e prende pieghe più serie, pure.
Ma c'è comunque un esordio che sa lasciare il segno. E un finale difficile da dimenticare.

Voto: ☕☕/5


6 commenti:

  1. Dopo un mesetto, di certe scene conservo proprio un bel ricordo.
    Bravo Valerio!

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    1. Esatto, quell'ombrello, quel finale, restano.
      Meno certe scene all'obitorio e certe sponde non così riuscite. Ma come esordio è da applaudire.

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  2. Ci credi che per due volte l'ho inziato a vedere e due volte non sono riuscito ad arrivare in fondo? Troppo "cerebrale" per i miei gusti... l'ho trovato di una pesantezza inaudita. Sincero forse sì, ma davvero troppo, troppo condizionato dal voler essere "autoriale" a tutti i costi. Magari ci riprovo (non c'è due senza tre) ma stavolta, davvero, non riesco ad allinearmi con il gusto della critica. Succede.

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    1. Io l'ho apprezzato proprio per quella leggerezza che entra in un tema e in un momento pesante. Strappando qualche sorriso, qualche momento di poesia. Non è perfetto, ho sofferto qualche sottotrama, qualche personaggio, e dei tempi che si allungano, quindi capisco. Ma come sopra, restano i momenti più belli a fare la differenza.

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  3. Mi sa di film bello ma pesante.
    Aspetto il momento giusto per vederlo...

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    1. Pesante, ma non troppo. Lo sguardo di Mastandrea è indie al punto giusto per alleggerire. Di sicuro ha bisogno del momento/serata più giusta, quello sì.

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