Mondo Serial
Deluso per il mancato salvataggio del Dottore, Russell T Davies ha deciso di punire noi spettatori.
Me lo spiego così il bruttissimo colpo che mi ha assestato con la sua nuova miniserie, che arriva dopo aver cercato di riportare di nuovo in auge Doctor Who scivolato sempre più in basso per una gestione disastrosa, cercando di accontentare vecchi e nuovi fan con in mezzo la Disney a fare da produttore. A missione fallita -ma con tanto tanto impegno per cui ringraziare- ha deciso di cercare di salvarla da sé la Terra e la brutta china che sta prendendo, mettendoci davanti al mondo che stiamo vivendo, alla violenza che in molti subiscono e che in molti sta per esplodere, a come è facile manipolarla, cambiarla, adattarla, la realtà.
Ci mette davanti a uno specchio attraverso la storia di Leo e di Clive, vicini di casa in quel di Manchester molto diversi fra loro, abituati a non considerarsi ma che in 10 giorni finiscono per segnare in modo definitivo il destino dell'uno e dell'altro.
Leo gestisce un bar a Canal Street, gay e divorziato vive di notte, vive di qualche appuntamento fugace, vive con un certo cinismo il mondo che sta cambiando sotto i suoi occhi, tra giovani più attenti a battaglie effimere che a entrare in azione e vecchie convinzioni difficili da abbattere.
Clive lavoricchia come elettricista accusando gli immigrati di rubargli il lavoro, ha due figli che non gli parlano e vivono con il telefono in mano, un matrimonio triste e ormai finito con cui fare i conti, vive di pregiudizi e di rabbia repressa.
Il loro scontro parte tutto da una porta chiusa e da una chiave da cercare, da quella che sembra una mano tesa per quanto guardinga e un'app di incontri che cambia le cose. Quella in cui Leo troverà il figlio 16enne di Clive, George, ritrovandosi diviso tra il voler aiutare e il non mettersi in mezzo, diviso fra la sua generazione abituata a starsene chiusa e a vivere di sotterfugi e quella più abituata a mettersi in mezzo, anche a costo di sbagliare i tempi e i modi, di oggi.
Perché siamo nel mondo di oggi, quello in cui attraverso i social tutti sono spiati, quello in cui le violenze, psicologiche e fisiche, verso il mondo queer e gay sono tristemente all'ordine del giorno, quello di manifesti e accettazione ma anche di pestaggi e intimidazioni e politici e app in cui perdersi e in cui trovare toni urlanti che questa violenza la aizzano.
Il finale tragico e scioccante ci viene rivelato fin dall'inizio, da lì sarà una ricostruzione dei 10 giorni antecedenti che avanza per passi falsi e per errori in buona fede che consegnano Leo nelle mani di Clive, con la sensazione di una trappola da cui è sempre più difficile uscire. Errori di comunicazione, di tempi e di modi, ma anche una mentalità difficile da eradicare o cambiare, fino a un'impotenza che segna proprio nell'esplosione di quella rabbia finale che lascia increduli e annichiliti. A guardare e a non guardare lo schermo, a urlare e coprirsi gli occhi.
Non ci ho dormito la notte, e non lo dico per dire.
Russell T Davis si conferma l'ottimo sceneggiatore che ci ha regalato gli episodi migliori del Dottore, ma anche miniserie altrettanto tragiche e altrettanto pessimiste come Years & Years e It's a Sin di cui Tip Toe sembra tristemente l'evoluzione naturale.
Nel parlare dell'oggi e della politica assente, della violenza imperante, della manipolazione tra giovani e non giovani attraverso quel che i social diffondono, di una libertà sessuale e d'identità che sembrava raggiunta e che invece ora si vuole rinnegare, ne fa il suo grido di allarme, il suo cercare di aprirci gli occhi non tanto prima che sia troppo tardi, quanto per quello che accade quotidianamente attorno a noi, ai vari Leo o Zee o George. Con un ritmo che morde e un'attenzione per i dettagli che la regia dinamica sottolinea, sono i monologhi quelli che colpiscono e quelli che Davies sa scrivere così bene, quello del primo episodio con cui Melba spiega la forza del titolo della miniserie, e le battaglie verbali che Leo ingaggia con Clive finendo per difendere il diritto ai pronomi della nuova generazione, a spiegare la sua sieropositività fino alla delicatezza del momento del coming out.
Alan Cumming trova in Leo il suo ruolo migliore, grillo parlante e spesso irritante in più serie TV, dà vita a un uomo cinico e disilluso che torna troppo tardi ad aprire gli occhi e che riflette sul mondo e sul modo in cui ha vissuto apertamente, ma con paure sempre diverse.
David Morrissey con i suoi modi burberi e il suo piglio accigliato è il classico uomo della porta accanto fato a forma di calcio e birre che non riesce o non vuole fare il passo per migliorarsi, sempre spaventato dal giudizio degli altri, da quello che gli altri penserebbero di lui.
In soli 5 episodi Tip Toe mette in allerta, mette in ansia e allo stesso tempo si apre a parentesi leggere e pure pruriginose, con quella brevità tipicamente inglese che arriva sempre al punto. O meglio, al pugno.
Consigliata con riserva visto il male che fa, è l'altra medaglia, sempre nera, sempre tragica ma meno sporca di Half Man e della deriva sempre più violenta di un mondo maschile che non sta tornando indietro, sta andando avanti nel peggiore dei modi.
Voto ☕☕☕☕/5



Il classico fulmine a ciel sereno. Cinque episodi folgoranti che fanno male, ma che è un bene vedere
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